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“Giggetto Malè si è fatto i muscoli alla ruota per filare la canapa”

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Mario Matteucci

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Viterbo – (g.f.) – “Giggetto Malè si è fatto qui i muscoli”. Girando la ruota per filare la canapa, a Pianoscarano. Mario Matteucci se lo ricorda bene, il campione di boxe. Lavorava nella bottega artigiana del padre.

Lo stesso posto dove c’è lo storico frantoio che porta il suo nome. E dove sono conservati tutti i ricordi. Accanto ai macchinari moderni, quelli antichi, di un tempo, cimeli preziosi, tesori che raccontano una Viterbo che non c’è più, eppure ancora viva nelle parole di Mario.

fotocronaca: Viterbo d’un tempo, il frantoio Matteuccislide

“Giggetto lo ricordo bene – dice Matteucci – ha lavorato qui con mio padre, girava la ruota per la filatura della canapa, lo aiutava. I muscoli se li è fatti qui. Dove si facevano le corde.

Anche quando è diventato un campione, è rimasto una persona umile, salutava sempre con piacere e affetto mio padre”.

Le corde di canapa sono state, tra l’altro, protagoniste nel film di Monicelli l’Armata Brancaleone. Un macchinario è all’esterno, la ruota funziona ancora. Si mette all’opera per dimostrarlo personalmente. “Si filava così – spiega dopo averne indossato un pezzo come una cintura – poi si poteva passare a realizzare la corda, della grandezza desiderata”.

Solo uno dei segreti custoditi nei locali dell’antico frantoio del 1856, le attrezzature dell’epoca. C’è pure una delle prime centrifughe per separare l’acqua dall’olio.

“Non voglio dire che sia stata la prima a essere costruita, ma quasi.

Quando qui venivano persone a portare cinque quintali di olive, erano i più grandi produttori. C’era pure chi arrivava con venti o trenta chili”.

Nel frantoio, un tempo lavoravano diverse persone, oggi è tutto automatico o quasi: “Basta una persona e mezza”.

Quello a Pianoscarano è rimasto uno dei pochi in Italia a realizzare ancora le fiscole in tessuto di cocco. Servivano a separare l’olio dai residui.

“In Italia ormai non le fa più nessuno. Non sono più capaci. Veramente”. Gliele chiedono dai musei di tutto il paese e ne ha una buona scorta per i visitatori. Ne arrivano molti nella sua azienda. Bruschetta con l’olio non manca mai.

Matteucci ne è contento, per ogni persona che entra è una festa. Solo una volta è successo qualcosa di spiacevole. “L’unica medaglia d’oro che mi hanno consegnato – ricorda Matteucci – me l’hanno buggerata”. Qualcuno gliel’ha portata via.

“Avevo altri cimeli che appartenevano ai miei nonni. Ma li ho tolti”. Al loro posto, adesso c’è una foto. L’esperienza insegna.

Scendendo nella parte più in basso, il rifugio utilizzato durante la Seconda guerra mondiale. “Qua sopra ne hanno fatto di casino gli aerei, voi non avete idea, non ve lo potete immaginare. Veramente. Tedeschi e inglesi facevano un caos”.

Maschere antigas italiane, qualcuna di fabbricazione tedesca, come le taniche utilizzate per rifornire gli aerei, che poi venivano gettate. Tutto custodito gelosamente. Anche se purtroppo: “Tutta questa roba, conservandola in questi posti mi si è un po’ rovinata”.

L’ultima tappa, all’ingresso. Il pane è pronto, odore d’olio buono. Qualcosa che non è cambiato. Come un tempo.


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