Viterbo – “La mafia fa schifo!”. Il grido di Luca Barbareschi riporta a Peppino Impastato e a tutte le vittime del tritolo e della lupara bianca.
Ieri sera, “Ombre festival” ha reso omaggio una volta in più a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e ai caduti della lotta alla criminalità con il concerto della banda musicale della polizia di Stato.
Più di due ore di musica dentro una cornice da favola: Civita di Bagnoregio di notte, sotto un tetto di stelle. Scenografia essenziale ma studiata al dettaglio: all’ingresso del ponte per Civita, due grandi colonne con i volti di Falcone e Borsellino e in mezzo, tra i due magistrati, le luci della città vecchia, in cima alla rupe.
Trecento persone erano in platea ad ascoltare a piazza san Donato, la prima piazzetta che accoglie chi entra nella “città che muore” dopo il lungo ponte che toglie il fiato due volte, per la fatica e per la bellezza.
“Civita è prima in Europa per crescita turistica – ha detto il sindaco Francesco Bigiotti, consegnando il premio ‘Civita’ al direttore della banda – ma vogliamo crescere anche in qualità, oltre che in quantità. Serate come questa ci aiutano a centrare l’obiettivo”.
I poliziotti diretti da Maurizio Billi hanno spaziato dal jazz, all’opera, alle colonne sonore, in un viaggio da Astor Piazzolla a Nino Rota. La più applaudita “Nessun dorma”, dalla Turandot di Puccini, cantata da Antonio Poli.
Il tenore viterbese era l’altro ospite d’onore della serata – era atteso anche il capo della polizia Franco Gabrielli, assente per impegni istituzionali – insieme a Luca Barbareschi, che ha criticato aspramente certa spazzatura televisiva inneggiante alla mafia. “Io torno ora da Palermo, dove ho girato una fiction su Rocco Chinnici. Ho parlato col suo caposcorta… è stata un’emozione indescrivibile. Dovremmo far capire che i mafiosi sono mascalzoni capaci perfino di sciogliere nell’acido i bambini. Invece c’è chi insiste a cercare non so quale fascino in questi personaggi, proponendone una rappresentazione distorta. La mafia fa schifo. E la tv dovrebbe saperlo comunicare”.
Barbareschi ha letto l’ultimo intervento pubblico di Borsellino, nel giugno del ’92. L’angoscia di quei 57 giorni. Ma anche la rabbia nel vedere che, tutti, improvvisamente, erano diventati “amici di Giovanni”. E l’impotenza dopo Capaci: “Ha fatto pensare a me che era finita una parte della mia e della nostra vita”, diceva Borsellino.





