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Viterbo – (s.m.) – Bella oggi più di ieri. Perché non c’è dolore – anche estremo – che non insegni qualcosa (video).
Sul palco di Ombre festival Lucia Annibali porta tutto ciò che ha imparato, quattro anni dopo l’aggressione con l’acido che le ha dato un altro volto. E un’altra Lucia.
“Adesso se penso a un abito penso ai colori. Mi piacciono i toni decisi. Tinte che non avrei neppure guardato fino a qualche mese fa”, scrive nel suo libro “Io ci sono”. “Mi sento di una bellezza che non sfiorisce e non teme confronti. Che sa apprezzare e vedere com’è prezioso quello che c’è oggi e non quello che c’era ieri ed è perduto. Amo il mio viso perché mi sono sudata ogni piccolo passo per migliorarlo. Con pazienza sto attraversando un danno come fosse un guado. Dall’altra parte della riva c’è il rimedio”.
A quell’uomo incappucciato che l’aspettava sul pianerottolo per sfregiarla, su commissione del suo ex, non si accenna neppure. Né ad altri particolari della sua storia personale. Ed è bello così: non è una serata fatta per scavare in un dramma che tutti conoscono. Lucia guarda al presente e al futuro. Il passato è solo un ponte che l’ha portata fino a qui.
“Ho amici nuovi ogni giorno e un lavoro che amo”. Da ottobre vive a Roma e lavora accanto a Maria Elena Boschi, al dipartimento Pari Opportunità. Un modo per mettersi al servizio delle donne e delle ragazze che incontra nelle scuole: “La mia esperienza è tutto ciò che ho”. Ed è un’esperienza che può davvero insegnare tanto: “Io non mi rivolsi alle forze dell’ordine”, racconta Lucia. “Volevo aspettare. Ma il tempo non ha avuto tempo, come diciamo nel libro… è inutile domandarmi se avrei potuto salvarmi. Andare avanti significa anche fare pace con se stessi. Per me è andata così. Altre donne potranno fare quello che non ho fatto io e che è importante: denunciare. Ma non bisogna mai pensare che il male che ci è stato fatto sia colpa nostra”.
Accanto a lei, le pm Chiara Capezzuto e Paola Conti, entrambe in prima linea nella lotta alla violenza di genere. “Noi facciamo tutto il possibile”, dice la pm Capezzuto. “Cerchiamo di intervenire tempestivamente. Servono sempre e comunque tempi tecnici: per chiedere un arresto ci vogliono gravi indizi di colpevolezza. Ovviamente, il contributo fondamentale viene dalle vittime: denunciare è decisivo per le indagini”.
Per la pm Paola Conti il problema non è la mancanza di finanziamenti per la prevenzione: tra la tutela legale gratuita e le risorse per le strutture protette si è fatto molto. “Spesso i fondi si perdono nei meandri della burocrazia. Questo comporta, ahimè anche nel Viterbese, la chiusura di centri antiviolenza e case rifugio che sono indispensabili quando la donna si rivolge alle istituzioni e ha bisogno di tutela immediata”.
L’importante, concordano i magistrati, è non trascurare mai i segni premonitori, dalle liti violente alle vecchie denunce. Anche se a volte non ce ne sono, come nel caso di Silvia Tabacchi, la ventottenne di Vasanello uccisa dall’ex fidanzato che le aveva chiesto un ultimo incontro. Ha sparato a Silvia e poi si è suicidato.
Sul palco viene letta la lettera del padre della ragazza: “Silvia è morta il 17 marzo. Io e mia moglie, a volte, insieme con amici carissimi rivediamo spesso le foto e i video di Silvia. All’inizio ci sembrava quasi che stesse ancora tra noi. Più passa il tempo e più aumenta la percezione che non c’è più. La morte di un figlio per mano di un altro essere umano non si può accettare, non ci si riesce perché non è nell’ordine naturale delle cose. Se pensiamo che ogni anno muoiono tante donne per mano dei loro compagni come percepiamo questa cosa? Come un fenomeno marginale? Come un danno collaterale? Io penso che è una catastrofe della nostra società civile”.
A questo padre, Lucia dà un messaggio di speranza: “In un certo senso, è come se avessi assistito alla mia morte perché non mi vedrò più come sono. Né i miei genitori vedranno più la figlia che hanno cresciuto. Ma ho la possibilità di essere ancora viva. E penso che non vada mai sprecata”. Neanche davanti a un dolore che sembra insormontabile: “Vivere al proprio meglio è il regalo più grande che ci si possa fare. Anche così si rispetta se stessi e chi non c’è più e ci ha voluto bene”.







