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Viterbo – Massacrato dal compagno di cella con un picchetto di ferro mentre era detenuto a Mammagialla.
“Ogni volta che beveva, mi picchiava. Lo sapevano tutti in carcere, avevo chiesto di essere trasferito in un’altra cella, ma nessuno mi ha dato ascolto”, ha raccontato la vittima al giudice Rita Cialoni al processo in cui il suo aggressore era accusato di lesioni personali aggravate dalla prognosi superiore ai 40 giorni, per l’esattezza 45 giorni.
Fiumi di alcol in quella cella: “Nel weekend si comprava 19-15 confezioni di Tavernello e se le beveva tutte”. E un fiume di tranquillanti: “Siccome era sempre agitato e soffriva di insonnia, per dormire si impasticcava, prendeva di tutto, e lo mischiava con l’alcol”, ha continuato a raccontare l’ex detenuto.
I fatti risalgono al 15 novembre 2009: “Era completamente ubriaco quando mi ha massacrato di botte con un picchetto di ferro, ma se mi avessero dato ascolto non sarebbe successo. Ho placche di metallo su tutto il viso. Mi ha rotto il naso, lo zigomo di sinistra e l’osso dell’occhio. Per quindici giorni sono rimasto sdraiato nel letto di Belcolle senza che mi potessero fare niente, perché non mi sgonfiavo”.
Eppure, quando il giudice gli ha chiesto se avesse impiegato 45 giorni per guarire, ha detto: “Nonostante il dolore sia stato insopportabile per almeno venti giorni, dopo un mese era passato tutto”.
Trenta giorni di convalescenza. Quanto basta per riqualificare l’accusa da lesioni aggravate (per cui si rischia una pena da tre a sei anni) a lesioni semplici, come chiesto dal difensore Paolo Delle Monache. E così è stato, con una condanna alla fine piuttosto mite, a otto mesi di reclusione.

