Viterbo – “Caffeina è dieci giorni di magia e la dimostrazione che rimboccandosi le maniche si può costruire qualcosa di bello per gli altri”. Cosa spinga una persona a dedicarsi anima e corpo a un progetto per più di una settimana quasi h 24, nonostante l’età, nonostate gli impegni del lavoro e della famiglia, lo spiega Nicoletta Mazzucca.
Insegnante di inglese e vicepreside dell’istituto comprensivo Vanni, da quattro anni fa la volontaria a Caffeina. Nelle prime edizioni del festival, ha partecipato da semplice fruitore, comprando i biglietti e assistendo alle iniziative.
Un giorno non le è bastato più e ha deciso di diventare parte attiva di questa immensa macchina che ogni anno a Viterbo porta più di 400 eventi.
“Faccio la volontaria a tempo pieno da quattro anni – racconta Nicoletta -. All’inizio, ero affascinata da questa manifestazione che rendeva la città viva, allegra, colorata e piena di vita. Era una novità assoluta. Pian piano, mi sono resa conto del lavoro che c’è dietro al festival e per questo ho deciso di dare il mio contributo.
Ha influito anche la nascita di mia figlia, nel 2005, perché mi piaceva l’idea di farla crescere in un ambiente culturalmente vivace. Poi, quando lei è diventata più grande e, compatibilmente coi miei impegni scolastici, sono ‘passata dall’altra parte della barricata’. Del resto, in questo ambiente ci sono tanti amici che conosco da anni, come Alessandra Giannisi, e con i quali c’è un rapporto molto bello. Caffeina è la dimostrazione di come, rimboccandosi le maniche, si possa costruire qualcosa di bello per gli altri”.
Nicoletta prova a spiegare le sensazioni di un volontario durante questa avventura. “E’ una fatica, ma è bella. Sono dieci giorni di magia”.
Racconta di cosa si occupava e cosa invece fa adesso. “Prima facevo accoglienza agli ospiti, andandoli a prendere, seguendoli e ascoltando le loro esigenze. Ho avuto la possibilità di entrare in contato con personaggi che mai avrei avuto l’occasione di incontrare come Travaglio, Pino Scaccia, De Cataldo e la Perina. Per questa edizione, invece, mi hanno affidato un incarico un po’ più importante, essendo la responsabile dei palchi e quindi della sicurezza a piazza san Lorenzo. Avevo certificazioni per l’antincendio e il primo soccorso, requisiti necessari per poter svolgere questo compito e quindi sono stata scelta”.
Le abitudini di tutti i giorni non ci sono più. “La giornata di un volontario – racconta Nicoletta – è completamente stravolta. Si lavora dalle 18 all’una di notte. Gli orari sono scombinati e improbabili. Si dorme di più la mattina e stonati si va avanti a forza di caffè e colazioni quando gli altri pranzano.
Poi, nel pomeriggio, ci si mette la divisa e cioè la polo, i jeans e le scarpe da ginnastica, anche se fanno 40 gradi. Io, poi, passo in Fondazione per vedere le consegne e vado nella location, controllo gli estintori, le cassette del primo soccorso, le transenne e le vie di fuga. Mi relaziono con le forze dell’ordine, assicurandomi che tutto sia ok. Con me, quest’anno, avevo anche Maurizio Donsanti e Barbara Bianchini che sono stati preziosi nel coordinare una location molto impegnativa. Abbiamo avuto serate con tantissima gente, come quella dei Dervisci, ma abbiamo gestito i flussi, garantendo sicurezza e ordine coi complimenti dei respnsabili della questura.
Oggi è tutto finito… se ne riparla alla prossima edizione. “Una sensazione di malinconia inizia a montare dal venerdì e si fa sempre più forte. Alla fine dell’ultimo spettacolo, ci troviamo nel cortile di palazzo dei Priori, dove c’è la festa di tutti i volontari. E’ qui che si sciolgono le tensioni, ci si abbraccia, si piange e si canta. Lacrime e gioia. Magone e sollievo perché in fondo siamo una grande famiglia e ti dispiace dire la parola fine a qualcosa che si aspetta tutto l’anno. E’ una sensazione che rimane addosso – conclude Nicoletta – e che emoziona, prima, durante e dopo il festival”.
Paola Pierdomenico

