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Viterbo – (s.m.) – “L’antimafia come moda e Falcone e Borsellino come il Che sulle magliette: in quanti lo conoscono davvero?”.
Dal palco di “Ombre festival”, la deputata di Alternativa popolare Rosanna Scopelliti lancia il suo invito all’autenticità. All’antimafia delle parole preferisce l’antimafia dei fatti. Ma i fatti, proprio oggi, fanno venire i brividi dopo la statua di Giovanni Falcone decapitata a Palermo e il busto usato come ariete per aprire il portone di una scuola dello Zen dedicata al magistrato.
“Pare ci siano stati anche dei quadri di Falcone incendiati da un’altra parte”, informa la parlamentare. Ed è vero, lo aveva fatto sapere ieri il comune di Palermo dal suo sito: “Ignoti hanno bruciato un cartellone con un’immagine di Giovanni Falcone posizionato davanti i cancelli della scuola Alcide De Gasperi e che faceva parte di un gruppo di altri cartelloni che erano stati realizzati nei giorni scorsi dagli studenti della scuola di piazza Papa Giovanni Paolo II”.
“Che sia stata volontà di un mafioso o bravata di qualche deficiente, è raccapricciante – continua Scopelliti – ed è la prova che ci riempiamo la bocca di parole vuote”. Dell’antimafia come un brand fanno le spese tutte quelle realtà da sempre in trincea. La deputata lo sa: ha militato per anni nelle fila di “Ammazzateci tutti”, la grande sollevazione giovanile anti-ndrangheta nella Locride del 2005, sconvolta dall’omicidio del vicepresidente della regione Calabria Francesco Fortugno.
A Rosanna, la ‘ndrangheta uccise il padre Antonino, magistrato di Cassazione nel ’91: lei aveva solo otto anni. Di “Ammazzateci tutti” era stata l’anima, la cofondatrice e la coordinatrice dell’esecutivo nazionale, prima di ottenere uno scranno in Parlamento nelle fila del Pdl. L’impegno antimafia continua in politica e nella Fondazione Antonino Scopelliti da lei presieduta.
Tiberio Bentivoglio è sul palco accanto a lei. A fine serata il pubblico gli dedica l’applauso più lungo. È uno degli imprenditori che la Fondazione Scopelliti ha aiutato di più. Il primo a ottenere un bene confiscato per aprire la sua attività. Il primo ad avere un negozio presidiato giorno e notte da militari. “Preferisco il controllo dei militari a quello della ‘ndrangheta – dice – il problema è che da noi i clienti non vengono più. A fine anni Ottanta eravamo in sette a servire e non bastavamo. Ora, in certi giorni, non battiamo neanche uno scontrino”.
Il 10 luglio del ’92 subisce il primo attentato perché non vuole pagare il pizzo. L’ultimo, un mese fa: una busta con bossoli e frasi minacciose spedita a casa. Nel mezzo, aggressioni, furti e incendi che hanno devastato il suo negozio. “Ma quali eroi? Gli eroi sono quelli inventati. Quando mi hanno sparato addosso me la sono fatta sotto. Ma la paura non deve impedirti di agire, altrimenti non sai più come guardare i tuoi figli”.
Quando incontra i boss che ha denunciato sono loro ad abbassare gli occhi: “Presi uno a uno sono solo dei pecoroni. Da voi vengono in giacca e cravatta, con le borse piene di soldi. Aprono attività o dicono di voler aiutare quelle dei vostri imprenditori. E finisce che voi, qui, non sapete più quali sono i negozi della ‘ndrangheta. Perché da voi la cultura del sospetto non c’è”.
La corruzione, invece, avvelena tutto il paese. E “spuzza”, come dicono Raffaele Cantone e Francesco Caringella: “La corruzione spuzza” è il titolo del libro scritto a quattro mani dai due magistrati. “Lo abbiamo dedicato ai nostri figli – spiega Caringella – perché possano vivere qui ed essere felici. Un paese corrotto è soprattutto un paese infelice”.






