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Fantastici occhiali in legno di olivo di Canino…

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Canino - Massimo Panetti

Canino – Massimo Panetti

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Canino - Massimo Panetti

Canino – Massimo Panetti

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Canino - Massimo Panetti nella sua falegnameria

Canino – Massimo Panetti nella sua falegnameria

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Gli occhiali in legno

Viterbo – Occhiali in legno di olivo… di Canino (gallery).

Sulle mani ci sono tagli, calli e anche un cerotto. Sui vestiti, la polvere. In faccia, però, c’è il sorriso di chi fa il lavoro che ama. Quello che ti fa alzare la mattina con l’entusiasmo e restare in azienda fino alla sera, senza conoscere sacrificio.

Massimo Panetti, artigiano 46enne di Canino, ha trovato la sua strada. Gestisce la falegnameria di famiglia che, da otto generazioni, lavora il legno. Prima i carretti, quindi le botti, i mobili e le porte che, per tanti anni, sono state il loro punto di forza. 

Poi il mercato è cambiato e Massimo ha capito che bisognava fare lo stesso. Si è reinventato. “Con le importazioni delle porte dalla Thailandia e dalla Cina – racconta Massimo -, la richiesta diminuiva e quindi abbiamo pensato a un prodotto alternativo. Siamo partiti con le placche coprinterruttore per cui abbiamo un nostro brevetto e un sistema produttivo. Volevamo soprattutto divertirci nel fare i nostri prodotti e così, da due anni, abbiamo puntato sugli occhiali.

Nel mercato italiano, il 90 per cento dei modelli è fatto di compensato che è un surrogato. Noi usiamo solo vero legno: mandorlo, ebano, legno corallo, quercia e poi lo zebrato. Circa 60/70 tipi diversi, anche se, per noi, il fiore all’occhiello è e resta l’olivo. La scatola in cui li vendiamo racconta una storia. Dentro, infatti, oltre alla lacca e all’olio per la manutenzione, c’è il pezzo da cui gli occhiali sono stati scavati e che è un po’ la matrice di tutto. Il significato del nostro lavoro che è un continuo migliorarsi”.

Gli occhiali hanno catturato l’attenzione di Walter Hester di Maui Jim, leader nel settore. “L’ho conosciuto a Milano e mi ha chiesto dettagli sugli ‘occhiali di olivo che raccontano una storia’. La sua azienda ha oltre 45mila punti vendita nel mondo e ci ha chiesto dei pezzi, talmente tanti che siamo in trattativa per diminuirli visto che comunque sono prodotti che richiedono una lavorazione particolare. Li vendiamo bene anche in Francia e sono addirittura arrivati a New York. Il fatto è che, il 100 per cento Made in Italy, all’estero, è apprezzato in modo particolare ed è come se avesse una corsi preferenziale.

E’ richiesta comunque la certificazione che lo dimostri. Anche la Maui jim, per esempio, segue le diverse fasi della lavorazione, qui sul posto, dal primo all’ultimo step”.

Dietro ogni operazione ci sono motivazione, entusiamo e lavoro di squadra. Tanta voglia di fare. “Ho creato io il software della lavorazione dell’occhiale, perché, in commercio, c’era solo quello che riguarda il compensato che è come la plastica. Il legno vero ha bisogno, invece, di tutt’altro trattamento perché c’è da tenere conto del lungo e corto vena, delle entrate e delle uscite, o dell’antischeggia per non farlo rompere.

Per realizzare gli occhiali poi ci vogliono, come tempi macchina per il design e le geometrie, più o meno 16 o 17 minuti, venti per quelli manuali e la ripulitura. Anche le verniciature sono precise, fatte con impregnatura a olio e non con prodotti chimici, ma rifiniti con cera d’api e olio di lino anche cotto e lacca. Nel momento in cui si screpola, il legno vero può essere rinnovato in 5 minuti, ma va carteggiato e rinfrescato e poi diventa perfetto, come nuovo. Anzi, più bello”.

Ora quindi, accanto al marchio “Fullywood” delle placche coprinterruttore, c’è anche “Massimo eyewear” per gli occhiali. “Il logo è stato disegnato in Russia e abbiamo mantenuto il nome Massimo perché all’estero si domandano spesso il perché della nostra abitudine a inglesizzare ogni cosa. E la nostra scelta è stata ben accolta. Del resto, nelle fiere importanti, a Monaco, Parigi, Dubai e Milano, gli stand italiani sono quelli sempre pieni. Vendere un nostro prodotto all’estero comporta uno sforzo dimezzato rispetto al farlo sul territorio nazionale”. 

Massimo rivela: “Se manca la passione, non ci si alza nemmeno la mattina dal letto. La passione è quando consideri il lavoro la tua vita, se lo fai solo per quattro monete, non c’è stimolo. Io entro in falegnameria alle 6 ed esco alle 21. Ora siamo in sei perché abbiamo preso lavori abbastanza impegnativi, ma l’idea è quella di preparare delle persone gradualmente, perché la nostra professione non è dozzinale, ma c’è bisogno della formazione che è fondamentale. Il lavoro professionale, del resto, è quello che paga ed è appagante per chi lo fa e per chi lo riceve. La prospettiva è quella di arrivare a impiegare una ventina di persone.

Il settore dell’artigianato – ammette – soffre. Noi, per esempio, abbiamo sempre avuto lavoro, ma questo non vuol dire che se un’azienda sta bene, allora l’economia sta bene. Ciò accade solo quando tutti si trovano nella stessa condizione di benessere. In questo momento, credo che il segreto per andare avanti sia quello di reinventarsi ogni giorno ed essere creativi, al passo con le esigenze di mercato. La classica porta in noce, che fanno mille falegnami su mille, comporta una competizione non indifferente. Noi facciamo un prodotto che è esclusivo”.

Questo lavoro ce l’ha nel dna: “Non so quando ho iniziato – racconta -. Mia mamma dice che, col legno, facevo teste di cani e violini, ma ero talmente piccolo che nemmeno mi ricordo. Ho visto il nonno prima e il babbo poi e non non poteva essere diversamente. Non ho mai pensato di fare altro, probabilmente, nemmeno saprei farlo.

Oggi la soddisfazione è vedere gli occhiali addosso alle persone. Ed è quando fai qualcosa che non pensavi di non poter fare: una volta il soldato era quello che aveva spada, cavallo e scudo. Adesso il soldato è quello che ha lavoro e che lo fa bene. Una sensazione che ti fa sentire forte. Sono un lavoratore e un artigiano a tutti gli effetti. Ma sono soprattutto felice, perché faccio quello che volevo fare nella vita”.

Ed è questo il senso del suo lavoro: “Fare qualcosa di creativo, non perché devi farlo, ma perché vuoi. In fondo, assemblare tavole non era più divertente e io, invece, cerco il divertimento perché ne esca fuori qualcosa di bello. Anche perché per portare avanti un’azienda ci sono un’infinità di spese e c’è bisogno di pagare tutti, avere materie prime e la fiducia dei dipendenti”.

Un nuovo prodotto è già in caldo. “A settembre inizieremo con le maniglie delle porte, e questo – dice Massimo con un sorriso che rivela la sua soddisfazione – è molto divertente. Si tratta di un brevetto nostro, perché è un prodotto che non esiste. Prima di arrivarci, abbiamo fatto tante sperimentazioni e alla fine è uscito fuori un prodotto che era bello esteticamente e funzionale. Quando siamo andati a fare le prove di sollecitazione, però, le maniglie si rompevano tutte ed è stato necessario fare delle modifiche. Ora sono stupende. Saranno realizzate in frassino italiano, ma per per l’80 per cento useremo l’olivo, e soprattutto l’olivo di Canino.

Per i miei lavori, ho tante richieste al Nord, ma il sogno è quello di mettere in piedi, proprio a Canino, un’azienda che produca maniglie, coprinterruttore e occhiali. Siamo faziosi e ci piace il nostro paese. Voglio promuoverlo – conclude -, perché ne sono innamorato”.

Fortunato Mannino, segretario della Cisl e di origini caninesi, con un pizzico di orgoglio, incoraggia questa attività: “La territorialità – dice Mannino – con la sua storia e i suoi prodotti unici nel mondo possono comportare davvero un indotto economico non indifferente, trainando di conseguenza il settore dell’artigianato. Mi auguro che l’amministrazione comunale sappia valorizzare al meglio questa azienda che per noi rappresenta un fiore all’occhiello”.

Paola Pierdomenico


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