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“Manca si drogava da anni e Mileti era la sua spacciatrice”

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Attilio Manca

Attilio Manca

Caso Attilio Manca - Angela Manca, Antonio Ingroia e Gianluca Manca

Caso Attilio Manca – Angela Manca, Antonio Ingroia e Gianluca Manca

Attilio Manca con la madre Angela

Attilio Manca con la madre Angela

I parenti di Attilio Manca, il fratello Gianluca e la madre Angela

I parenti di Attilio Manca, il fratello Gianluca e la madre Angela

Viterbo – Ventidue pagine per spiegare perché ha condannato a cinque anni e quattro mesi Monica Mileti, la 58enne romana che, secondo il tribunale di Viterbo, ha ceduto al medico siciliano Attilio Manca la dose di eroina che lo ha stroncato nel 2004, nel suo appartamento al civico 10 di via Claudio Monteverdi, nel quartiere Grotticella, a Viterbo.

E’ il Caso Manca, che il giudice Silvia Mattei ha definito una “vicenda complessa”. Una “tragedia di droga”, per la magistratura viterbese. Un “omicidio di mafia”, per la famiglia Manca, secondo la quale l’urologo dell’ospedale di Belcolle è stato ucciso, a soli 35 anni, dopo aver visitato e curato il boss della mafia Bernardo Provenzano. Una tesi, questa, destinata a non trovare conferma nelle aule di giustizia, alla luce anche dell’imminente richiesta di archiviazione della procura antimafia di Roma che stava indagando, contro ignoti, per omicidio.

Il processo a Monica Mileti inizia il 23 ottobre 2014. “L’istruttoria dibattimentale – spiega il giudice Mattei nelle motivazioni della sentenza -, ampia e articolata, non si è limitata a esaminare le prove a carico dell’imputata in relazione al reato di spaccio, ma ha avuto a oggetto una serie di elementi apparentemente non direttamente riferibili al reato contestato che, tuttavia, si è ritenuto opportuno prendere in esame per valutare, infine escludendola, la possibilità di individuare cause alternative alla morte di Manca”. Ovvero, l’omicidio di mafia.

Undici udienze, tre giudici, decine di documenti acquisti e dodici testimoni escussi. “Le testimonianze raccolte – scrive il giudice Mattei – conducono univocamente a individuare in Mileti la fornitrice di stupefacenti di Manca che, è chiaramente emerso, era da circa quindici anni assuntore di stupefacenti, dal prima del tipo leggero e successivamente di eroina. La circostanza ha trovato conferma anche nell’esame tricologico, nonché nella frequentazione con l’imputata che non risulta avesse avuto altri motivi per rapportarsi con il medico”. Per il giudice, del “vizio di Manca non si ha motivo di dubitare. Gli unici elementi seriamente provati in atti sono quelli che inducono a ritenere che sia deceduto per overdose a seguito dell’assunzione volontaria di eroina acquistata da Mileti“. Inoltre, sottolinea Mattei, “non risultano in atti elementi dotati della benché minima valenza probatoria che consentano di riferire la morte di Manca, e quindi della cessione della sostanza, ad altre persone. Né circostanze che inducano a ritenere che la sostanza letale sia stata forzatamente somministrata alla vittima”. E, ribadisce, “altre ipotesi sono estranee all’attuale vicenda processuale”.

Tra i dodici testimoni escussi, la madre di Manca, i colleghi dell’urologo, i suoi amici di infanzia, poliziotti e medici. “Su nessuno dei testi menzionati – sottolinea il giudice – vi è stato motivo di sospetto, avendo reso una deposizione lineare e coerente oltre che estremamente precisa e ricca di dettagli. Nessun elemento ha indotto a dubitare della loro attendibilità”. In aula, i colleghi e la madre di Manca “hanno riferito di non aver mai saputo che il medico facesse uso di stupefacenti, né di aver mai avuto modo di dubitarne. Tuttavia la loro deposizione non costituisce una smentita certa della qualità di assuntore di Manca, essendo emerso che riusciva a gestire il proprio vizio rimanendo anche per mesi privo della sostanza e riuscendo a non farsi condizionare nell’attività professionale”.

Mattei ammette che “non esiste una prova diretta della cessione dello stupefacente da Mileti a Manca nei giorni immediatamente precedenti il decesso”. Eppure, “ritiene che esistano una serie di elementi che inducono a ritenere che l’autrice della cessione fatale sia stata l’imputata”. A partire dai “plurimi contatti (telefonici, ndr) nei giorni immediatamente precedenti la morte di Manca”, fino al presunto incontro, a Roma, del 10 febbraio 2004, ovvero due giorni prima il ritrovamento, quando secondo il giudice “è avvenuta la cessione”. Un episodio “non isolato, per niente estemporaneo, ma, al contrario, solo uno dei molteplici episodi di cessione protrattisi per molti anni – scrive Mattei -. Un rapporto (quello tra Manca e Mileti, ndr) che, alla data della morte, durava da circa dieci anni”.

Ed ecco perché il giudice ha escluso, andando contro la richiesta del difensore di Mileti, la lieve entità del fatto. “Sebbene sia imputata per quell’unica letale cessione, in realtà costituisce solo l’ultima cessione che, per l’esito tragico che ha avuto, è balzata all’attenzione degli inquirenti e ha consentito di individuare un rapporto ben consolidato e protratto per anni (tra Manca e Mileti, ndr)”.

Per il giudice, la 58enne non può essere considerata una “spacciatrice occasionale o per necessità” perché “ha fatto dello spaccio un sistema di vita, seppur per alimentare anche il proprio vizio. Aveva ampia disponibilità di sostanza, tanto da essere in grado di approvvigionare più consumatori contemporaneamente, previo ordine telefonico”.

Mattei ribadisce che “Mileti non era una spacciatrice da strada, ma un soggetto che si muoveva con prudenza e discrezione, che agiva in un mondo di vizio sotterraneo, privo della spregiudicatezza disperata delle piazze di spaccio”. E per questo, secondo il giudice, “aveva meritato la fiducia dell’urologo Attilio Manca, medico con brillanti prospettive di carriera che, certamente, non poteva rivolgersi a chiunque per gli acquisti”. Mileti “era la sua unica fornitrice. Veniva contattata telefonicamente e l’incontro avveniva su appuntamento”.

La 58enne avrebbe adottato anche alcune precauzioni, come “l’uso di una scheda telefonica intestata ad altri”. Per il giudice, questi sono tutti elementi che “amplificano la sua offensività”, perché se “l’acquisto da un soggetto riservato, isolato ed esclusivo è da un lato più sicuro per il consumatore, dall’altro è più pericoloso in una prospettiva di repressione sociale del fenomeno”. Inoltre, la morte di Manca “è stata determinata – scrive Mattei – dall’assunzione di ‘una elevata quantità di morfina’. Nell’appartamento sono state rinvenute ben due siringhe usate, indice del fatto che il medico, nell’arco di poche ore, aveva assunto lo stupefacente per almeno due volte, dovendosi da ciò desumere che ne aveva acquistato in quantità corrispondenti da Mileti”.

Ricondurre il fatto al piccolo spaccio, spiega il giudice, “significherebbe svalutare la gravità della condotta. Monica Mileti, come evincibile dalle due condanne già subite per lo stesso reato, è da anni sulla piazza clandestina dello spaccio, indice inequivocabile di una certa pericolosità sociale”. Mattei, concedendo le attenuanti generiche, ha applicato lo sconto di un terzo della pena, condannando la 58enne a cinque anni e quattro mesi di reclusione e 18mila euro di multa.

Raffaele Strocchia


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