Viterbo – Il suicidio è sempre un atto che suscita pietà, sgomento, e talvolta – purtroppo solo talvolta – ci fa sentire co-responsabili, perché ci rendiamo conto di vivere in una società, e di contribuire ad essa, che induce qualcuno a togliersi il bene più grande che possediamo, la vita.
Si potrà discutere sul vissuto individuale del suicida, sulle specifiche condizioni che si sono composte intorno a lui fino a condurlo a quell’atto, sul suo stato mentale contingente, si potrà asserire che il suo è un caso particolare su cui non si può generalizzare.
Sono asserzioni rassicurative, che servono solo a sollevare la nostra coscienza sociale. In realtà, se è vero che il suicidio è una scelta individuale, più o meno lucida che sia, la sua diffusione è strettamente correlata alle dinamiche sociali: è noto ad esempio come il tasso dei suicidi aumenti in condizioni di sviluppo economico, dove la competizione non lascia scampo ai perdenti.
Il suicida è solo; si sente disperato, cioè senza speranza, perché non sente di poter essere compreso, che si tratti di problemi esistenziali, sentimentali, emotivi o materiali, poco importa. E c’è una costellazione di elementi che scatenano ulteriormente la sua decisione: oltre alla solitudine, l’imitazione e l’occasione.
L’imitazione costituisce una spinta estremamente rilevante per il suicida, gli dà l’impressione che quell’atto estremo, che contraddice l’istinto di conservazione, non sia poi così difficile, che si possa fare – altri l’hanno fatto – che risolva tutto.
L’occasione facilita la scelta, nel senso che sta portata di mano e non richiede preparazione, perché preparare significa avviare un procedimento razionale che contraddice l’impulso suicidario. Quindi la scelta di usare veleni, armi o quant’altro può togliere la vita dipende dalla loro immediata disponibilità, anzi a volte è proprio la loro disponibilità a suggerire, a scatenare la decisione.
Un ponte, un ponte già noto per altri atti suicidari, diventa quindi un’occasione e allo stesso tempo suggerisce l’imitazione.
La diatriba su Ponte Clementino, allora, ha scarso senso se conduce a pareri contrapposti. Perché, se la questione è complessa, ha ragione il sindaco Angelelli quando dice che il problema è a monte, non occorre lascare sole le persone e un suicida è una sconfitta per la comunità; ma ha ragione anche chi chiede la rete salvavita, perché l’occasione e l’imitazione vanno comunque scongiurate.
La prevenzione cammina su tante strade contemporaneamente, c’è quella che impegna in un lungo e delicato progetto per la creazione di una società migliore, ma c’è anche quella che deve mettere una pezza immediata dove il tessuto sociale si rompe; si chiamano prevenzione primaria e prevenzione secondaria. Non si escludono; e chi lo fa, in genere pecca di ideologismo.
Francesco Mattioli
