Viterbo – Ne è convinta da sempre: “L’omicidio del Riello non è stato volontario ma preterintenzionale”. Per l’avvocato Antonella Durano, Sabato Battaglia quella maledetta mattina non voleva uccidere, ma avrebbe agito solo per proteggere se stesso e la fidanzata da un potenziale pericolo: l’incontro, all’alba, con due sconosciuti (la vittima, Federico Venzi, e un suo amico), più robusti di lui e col doppio dei suoi anni.
Ma a questa accusa si è dovuta ‘piegare’, sia in primo che secondo grado. Il 22 luglio 2016 il tribunale di Viterbo ha condannato Battaglia, 24 anni, a 12 anni di carcere. Ieri, invece, procura e difesa hanno concordato una pena di 9 anni e 10 mesi. E la prima corte d’assise d’appello di Roma ha accolto la richiesta, pronunciando la sentenza dopo mezz’ora di camera di consiglio. Una sentenza inoppugnabile. E i giudici, per la prima volta, hanno applicato la nuova normativa (il concordato in appello tra le parti), reintrodotta dalla recente riforma Orlando.
“Con la riduzione della pena, abbiamo avuto un minimo di giustizia – commenta l’avvocato Durano -. Almeno dal punto di vista sansonatorio, perché la condanna di primo grado era esorbitante. In appello, è andata bene. Ma certo, nessuno è contento di sapere Battaglia in carcere. Il prossimo obbiettivo sarà farlo uscire, perché ci sono ottimi motivi per fargli ottenere i domiciliari”.
Era il 27 settembre 2015. Alle 4 del mattino Battaglia e la fidanzata incrociano Federico Venzi, 43 anni, e un amico alla rotatoria del Riello, a Viterbo. I due vedono la ragazza a terra e pensano a un’aggressione. Chiedono se c’è bisogno d’aiuto, ma Battaglia li allontana: “Mi avete rotto il cazzo, andate via”. I due fidanzati si allontanano a piedi, ma Venzi e l’amico li seguono. Battaglia non gradisce e sferra un pugno in pieno viso al 43enne, che finisce a terra. Per l’accusa, seguono altri pugni e calci mentre Venzi è ancora sdraiato sull’asfalto, ormai inoffensivo.
L’autopsia rileva che la vittima è morta per soffocamento, ingerendo sangue e materiale organico dopo la frattura della mandibola. Per la difesa, c’era un altro dato da considerare: Venzi avrebbe inghiottito anche pezzi della sua protesi dentaria, tenuta insieme da un fil di ferro. Un particolare importante perché, secondo la difesa, Battaglia non voleva uccidere e non avrebbe mai potuto prevedere un epilogo simile.


