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Grand hotel con discarica, confiscato e abbandonato

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Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Federico Marcaccini

Federico Marcaccini

Fabrica di Roma – In teoria è bene dello Stato dal 2015, assegnato al comune. In pratica è discarica a cielo aperto. 

Via della ferrovia snc, Fabrica di Roma: si trova qui, a due passi dalla frazione di Falerii, uno dei trenta immobili confiscati alla criminalità organizzata nella Tuscia (non è l’unico in questa cittadina nel sud della provincia).

Un fabbricato a uso alberghiero con i lavori a metà. Che non è mai diventato né albergo né altro. E adesso, tra quei due stabili comunicanti, immersi in ettari di verde, si muovono solo stormi di piccioni. Forse anche animali al pascolo, visto il tappeto di letame sul pavimento della veranda.  

Quando la Direzione investigativa antimafia lo ha confiscato nel 2013, cancello e muro di cinta erano in piedi. Oggi no: la grande incompiuta è aperta, accessibile e perfino pericolosa, con la sua piscina vuota, profonda fino a quattro metri, e le travi scoperte sul piano di sotto. 


La storia 

Apparteneva a Federico Marcaccini, imprenditore trentottenne. A Roma, la sua città, lo chiamano “Er pupone” per il volto da bimbo paffuto, malgrado la posa sprezzante nella foto che, quattro anni fa, fece il giro del web.

La maxi confisca lo rese famoso: 120 milioni di euro di beni requisiti, tra cui l’albergo fabrichese, un hotel a Taormina, ville tra Roma e Sabaudia e persino l’elegante palazzo sede del teatro Ghione, dietro San Pietro.

Un provvedimento granitico, partito dal tribunale di Roma, confermato dalla Corte d’appello, reso definitivo dalla Cassazione nel 2013 ed eseguito dalla Dia. 

‘Ndrangheta, dissero. Marcaccini, per i magistrati di Catanzaro, era uomo vicino alla cosca Pelle. Quella della faida di San Luca (Reggio Calabria), la guerra di ‘ndrangheta lunga sedici anni tra i Pelle-Vottari e i Nirta-Strangio. Sangue dalla Calabria a Duisburg. E pensare che iniziò come un lancio di uova tra ragazzi…

Per gli inquirenti, “Er Pupone” finanziava gli affari della ‘ndrina: partite di cocaina importate dal Sudamerica con i suoi soldi, stando alle indagini. Ma quelle indagini sono state sconfessate nelle aule di giustizia: dal reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti Marcaccini è stato assolto. 530 secondo comma, l’equivalente della vecchia formula dubitativa dell’insufficienza di prove. Ma pur sempre assolto. 

E quando la sentenza è diventata irrevocabile i suoi legali hanno chiesto la revoca della confisca. Ma nella Cassazione hanno trovato un muro: se gli elementi a carico di Marcaccini non bastavano per una condanna penale, restano comunque l’architrave della confisca, ha scritto la Corte a luglio. Quali elementi? “I contatti assidui con Sebastiano Pelle, elemento di spicco della cosca”. Ma anche “la contiguità ad ambienti criminali e la cointeressenza nell’importazione di ingenti quantitativi di stupefacenti”.

I giudici parlano di “significativa concomitanza dei contatti e degli incontri con le importazioni di stupefacenti dal Sudamerica”; l’uso di un’utenza riservata per contattare coimputati e affiliati al clan Pelle è a dir poco “anomalo” per la Cassazione, quasi quanto la “considerazione di cui godeva”: il secondo soprannome di Marcaccini era “Braccio di governo, per le entrature politiche che poteva assicurare”.  


L’immobile

Il comune di Fabrica di Roma vorrebbe trasformare l’immobile in una casa di riposo. 

Nel 2015, l’agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alla criminalità ha chiamato a raccolta i potenziali amministratori, per formulare una manifestazione di interesse. Il sindaco Mario Scarnati ha risposto: “Lo stiamo utilizzando per fare una casa di riposo – dice – anche catastalmente ormai il bene è nostro”.

Ma, nei fatti, tutto tace. Anche perché quando il comune si è mosso per affidare l’incarico a un progettista, un gruppo di consiglieri ha inviato un esposto all’Autorità nazionale anticorruzione. E dall’Anac di Raffaele Cantone gli atti sono finiti in procura a Viterbo per “eventuali iniziative di competenza”. 

L’altro problema sono i costi. “Per completare i lavori ci vorranno due o tre milioni di euro”, ipotizza Scarnati.

E anche per questo, il fattore tempo è decisivo: il prezzo per sistemare l’immobile sale ogni giorno che passa. 
Tra il primo decreto del tribunale e l’ultimo sigillo della Cassazione è trascorso un anno (2012-2013). Altri due per trovare un affidatario. Che sia la prassi? Scarnati dice che da due anni aspetta di sapere dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati se il comune può vedersi assegnato anche un altro dei beni strappati alla criminalità a Fabrica, un capannone gigante nella zona industriale.

La gara per il progetto della casa di riposo è del novembre 2015 e l’istruttoria dell’Anac, aperta a giugno 2016, si è chiusa a maggio 2017. 

Con chi prendersela? Con nessuno. Bisognerebbe sapere quando l’immobile ha iniziato a ridursi in piccionaia e se non era già in malora nel 2012, all’epoca del primo decreto di confisca.

Il rischio, con questa lentezza, è che i beni confiscati diventino più un onere che un regalo alla collettività. Lasciare inutilizzato un immobile che ora è dello Stato potrà solo accelerarne la rovina. 

Stefania Moretti


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