Viterbo – Quella delle periferie è una lunga storia della città moderna e della società industriale, non appena la città medievale uscì dalle proprie mura. Una storia che ha visto la periferia assumere facce, ruoli, prospettive diverse.
Ci sono le periferie residenziali delle classi altoborghesi e terriere, come quelle che si sviluppano a Londra a fine ’800, a Roma (Parioli, Viale Regina Margherita) in epoca umbertina, e a Viterbo prima lungo viale Trieste e poi anche a via della Grotticella (di veda lo sfortunato esempio di Castel Firenze).
Ci sono quelle medioborghesi e impiegatizie che hanno contribuito ad ampliare i confini della città a seguito dello sviluppo demografico della prima metà del’900 (a Viterbo, ad esempio, il popolamento di quartieri Ellera, Pilastro, Cappuccini).
Ma soprattutto occorre tener conto delle periferie costituite dai quartieri proletari sorti con l’industrializzazione: gli slums, la banlieu, le borgate, i quartieri dormitorio prima caratterizzati da condizioni di vita insopportabili sul piano ambientale, e poi anche da uno sviluppo incontrollato, figlio della speculazione, che ha costruito sacche di emarginazione ed esclusione sociale, favorendo l’alienazione delle classi operaie, ma anche lo sviluppo della micro e della macrocriminalità.
Sono gli scenari degradati descritti in Italia, ad esempio, da Pasolini (Una vita violenta) per la letteratura e il cinema o da Ferrarotti per la sociologia (Roma da capitale a periferia), ma anche quelli che ispirarono la rivolta studentesca del maggio francese del 1968, a Nanterre.
E sono gli scenari di Scampia a Napoli, Tor Bella Monaca a Roma, del quartiere Zen a Palermo, o di Quarto Oggiaro a Milano.
Così, il termine periferia ha finito per assumere un significato negativo, qualcosa che è lontano, escluso, piuttosto che quello di punto avanzato della crescita della Città nel territorio: un “ non luogo”, per usare un termine abusato e forse anche impreciso di Marc Augé, ma che in un quartiere senza vita sociale e senza identità acquista un senso.
Tuttavia sorgono delle domande. Ad esempio se oggi qualunque periferia sia luogo di emarginazione; e se in un centro di ridotte dimensioni come Viterbo sia possibile che si creino condizioni di reale marginalità urbana.
Viterbo da sempre ha delle appendici extraurbane, come le frazioni, distanti dal capoluogo anche oltre dieci chilometri; si tratta di periferie o di centri satelliti dotati di vita propria? Gente che effettivamente se si reca a Viterbo dice o pensa “parto per Viterbo” come se vivesse in un altro paese.
Più di una volta i “viterbesi” di queste “periferie” hanno lamentato forme di disattenzione amministrativa, se non di vera e propria marginalizzazione, che l’assetto geografico e infrastrutturale ha certamente dilatato. Ma altre periferie si aggiungono al coro: Santa Barbara in primis, ma la città comincia a crescere anche a sud e ad ovest, ad esempio, e c’è da aspettarsi che problemi simili possano emergere anche lì.
In una città di ridotte dimensioni una periferia non ha le stesse difficoltà di quelle di una metropoli come Roma o Milano; non è quasi mai un vero “quartiere dormitorio” e non è quasi mai un quartiere socialmente omogeneo, che preluda ad una marginalizzazione di classe.
In tal caso, più che il degrado i veri problemi di una periferia sono il collegamento con il centro (non necessariamente quello storico, ormai ancor più degradato di tante periferie, ma soprattutto quello commerciale), la sua estraneità alla vita collettiva, il suo abbandono socioculturale, la deficitaria presenza delle istituzioni.
Come se ne esce, in questi casi? E’ sufficiente assicurare collegamenti pubblici più frequenti, ovvero degni del termine di “collegamento”? E’ sufficiente portare la scuola, la chiesa (magari… al centro del villaggio), la palestra, il supermercato, la farmacia o il centro anziani nel quartiere, insomma renderlo “autosufficiente”? O questa autosufficienza, paradossalmente, finisce per distaccarlo ancor più dal resto della Città?
Non sarà piuttosto che la Città debba “tornare” in periferia, essere essa stessa anche periferia, omogeneizzando almeno sul piano sociale e culturale le forme della convivenza cittadina?
Periferia, in realtà, è quel luogo che è escluso dai percorsi di qualità della città. Da questo punto di vista, ad esempio, rischia di diventare periferia anche una quartiere come San Faustino, che pure è all’interno del centro storico cittadino.
E allora: chi dice che a Viterbo i flussi turistici e la circolazione culturale debbano restare relegati soltanto entro il centro “storico” e monumentale? Pregiudizio, purtroppo radicato nella tradizione umanistica italiana, di chi pensa che cultura e turismo debbano solo guardare all’indietro.
In realtà si possono concepire nuovi “attrattori” turistici e culturali anche nelle periferie, ad esempio creando spazi alle forme d’arte moderna, dalla scultura urbana alla street art, oppure allestendo percorsi e giardini naturalistici e tematici, o decentrando (brutto termine, meglio: redistribuendo) certe iniziative sociali, ad esempio dalle cene dei Facchini a certi appuntamenti di Caffeina, dai mercatini agli appuntamenti natalizi.
Oltre tutto, il più delle volte, con facilità di accesso e di parcheggio persino migliori. E’ accaduto, tanto per fare une esempio, a Torino. In alcuni casi, si può parlare di un processo di gentrificazione, termine certamente ambiguo e spesso usato per descrivere l’espulsione dei ceti medio bassi da un quartiere che la speculazione edilizia vuole rivitalizzare per i propri interessi (è quanto avvenne con le ramblas di Barcellona) ma che nel suo significato più positivo ha a che vedere con il recupero di centralità socioculturale e commerciale di quartieri marginali e degradati.
Un “viaggio” nelle periferie viterbesi è certamente un utile strumento per descriverne e denunciarne le contraddizioni e le difficoltà, soprattutto per coglierne le loro diversità, che non permette di stabilire un’unica strategia standardizzata di recupero. Ma all’inevitabile cahier des doléances aggiungerei, dandogli anzi maggiore enfasi, l’elenco di tutte le cose che si potrebbero fare per restituire Viterbo alle periferie.
No, non mi sono espresso male: ho scritto proprio “restituire Viterbo alle periferie” . Perché è la Città che deve tornare nelle periferie – è Viterbo che deve tornare nelle periferie- piuttosto che il contrario.
Francesco Mattioli
