Viterbo – Sessantasette anni di attività e nemmeno un’ora di sciopero. È il Molino Profili, a un palmo dalle mura di Pianoscarano. La fabbrica di Viterbo. Tra le ultime, se non addirittura la sola. Due ettari di terreno destinati alla produzione di farine. Una storia familiare arrivata alla terza generazione di imprenditori. Da Giuseppe, il fondatore scomparso nel 1988 all’età di 81 anni, a Maurizio Manca e Giuseppe, il nipote che ha preso il nome del nonno.
Fotoracconto: Il Molino Profili a Pianoscarano
Aldo, Enzo ed Emilia, sono i figli di Giuseppe, il fondatore. I maschi hanno seguito le orme del padre, Emilia si è dedicata invece all’insegnamento. Il suo posto è stato comunque preso dal figlio Maurizio Manca.
I Profili appartengono a una lunga tradizione di mugnai. Sono stati in Umbria per tutto l’ottocento, poi sono venuti nel viterbese, all’Acquarossa, e dal 1950 a Pianoscarano, a Viterbo.
“Produciamo circa 2mila quintali di farina al giorno – spiega Maurizio Manca – e diamo lavoro a una ventina di persone. Lavoratori arrivati anch’essi alla terza generazione, passandosi il posto di padre in figlio”. Una “tradizione” familiare al tempo stesso imprenditoriale e operaia. “E poco meno della metà delle persone che lavorano per noi vengono da Pianoscarano e dal Carmine. Gli altri dai paesi della Tuscia”.
Dal 1950 il Molino Profili ha seguito tutte le tappe dell’evoluzione della tecnica molitoria e oggi il suo impianto è tra i più moderni d’Europa, “totalmente gestito da un computer centrale che segue e controlla tutte le fasi del processo molitorio. Ma ora come allora – aggiunge Manca – la macinazione viene effettuata con il massimo rispetto per la tradizione e con i tempi che essa richiede, in modo da mantenere il più possibile inalterati i principi attivi naturali contenuti nel grano”. Perché “le buone farine non hanno fretta.
C’è poi un laboratorio analisi che controlla tutte le partite di grano in entrata e le farine prodotte. Alla fine del ciclo produttivo, un sistema di consegna raggiunge infine il cliente.
Il grano arriva da produzioni nazionali e locali e soltanto per alcuni tipi di prodotto si fa riferimento a grani provenienti dall’estero. “Portiamo la farina a Viterbo e in tutta la Tuscia – sottolinea Manca – Così come a Roma e nelle sue periferie. Vendiamo poi in bassa Toscana, nella Marsica e qualcosa in Campania”.
Comunque “dagli anni ’90 i consumi di pane sono diminuiti e dal 2008 addirittura dimezzati. Ma abbiamo lo stesso continuato a dare lavoro senza licenziare mai nessuno”.
Il Molino, che negli anni ’90 è stato completamente ristrutturato, dispone di un impianto di stoccaggio e uno di macinazione controllato da sistemi computerizzati che consentono di pilotare e monitorare tutti i cicli di lavorazione.
Sono invece 10 i tipi di farina prodotti. “Farine di qualità – ha detto Manca – prodotte secondo un’avanzata concezione di industria molitoria, adatte alla produzione di pani tradizionali o speciali, per ogni tipo di pasticceria oppure secondo i requisiti previsti nei capitolati d’acquisto degli acquirenti”. Un punto di riferimento. “Anche per le facoltà di agraria e biologia dell’università degli studi della Tuscia che ogni anno mandano gli studenti a fare degli stage presso la nostra azienda”.
Il rapporto con il quartiere “è sempre stato ottimo. Lavoriamo e viviamo da anni a Pianoscarano. È casa nostra e la sentiamo come tale. Abbiamo avuto solo qualche piccolo problema con la scuola che si trova a lato dell’entrata del molino. E questo perché durante i mesi di scuola capita spesso di trovare macchine parcheggiate davanti all’ingresso dei camion. Comunque risolveremo tutto spostando l’entrata dall’altra parte della fabbrica, più a valle”.
E i problemi legati alla vicinanza dei silos alle mura medievali? “Una volta – risponde Manca – da queste parti era tutta campagna e tutte le attività imprenditoriali erano benvenute. A ridosso delle mura c’era anche un fosso che mio nonno Giuseppe ha coperto a proprie spese su indicazione dell’amministrazione comunale. E ancora oggi paghiamo un canone di copertura. Quando negli anni ’90, a seguito del boom edilizio a Viterbo, ci hanno chiesto di spostarci abbiamo dato tutta la nostra disponibilità a farlo. E questo nonostante la fabbrica non abbia alcun impatto ambientale e tutto sia stato fatto nel pieno rispetto delle regole. Abbiamo chiesto solo di avere a disposizione un’area idonea alla nostra attività”.
E perché non se ne è fatto più nulla? Semplice. “Perché a Viterbo manca un insediamento industriale e non sapevamo proprio dove andare”, spiega Manca.
Daniele Camilli




