Viterbo – Santa Barbara, a nord di Viterbo, vicino al carcere di Mammagialla. Un quartiere isolato, pochi servizi e negozi, una viabilità impazzita, spacchettato in zone distinte e separate dove disoccupazione, precariato e povertà avanzano.
Un arsenale di contraddizioni. Pronto a esplodere. Un quartiere che si regge quasi esclusivamente sulla buona volontà delle persone. Lo dicono tutti, chi ci abita e lavora. Un quartiere che “prima doveva essere una cosa, poi è diventata un’altra. Tant’è vero che alla fine non ci si capisce più niente”, spiega subito don Claudio Sperapani, nato a Grotte di Castro 46 anni fa e che da quattro anni porta avanti le attività parrocchiali nella zona.
Fotoracconto: Santa Barbara, quartiere dormitorio
“È un quartiere innanzitutto isolato – prosegue don Claudio, alla guida di una chiesa costruita appena vent’anni fa -.Prima si diceva messa nei garage. A nord è chiuso dalla trasversale Orte-Civitavecchia, a est dalla ferrovia Viterbo-Roma Ostiense e a ovest dalla Roma Nord. Infine, qualche anno fa è venuta fuori la circonvallazione Almirante e siamo stati chiusi pure a sud, verso Viterbo”.
Nel quartiere si entra solo dalla Teverina, due accessi appena segnalati, e dalla rotatoria a ridosso di via Vulci, “dove i camion per entrare devono scavallare e rifare il giro perché l’entrata è più piccola del dovuto”.
A santa Barbara abitano 12 mila abitanti e la zona è figlia della legge per i piani di edilizia economica e popolare degli anni ’70. Un’edilizia che nel corso degli anni ha cambiato i connotati anche alla campagna circostante.
“Via della Capretta – spiega il parroco di santa Barbara – era tutta campagna e casali rurali sparsi qua e là. Oggi quando vado a benedire mi perdo, tante sono diventate le abitazioni, le ville, i bed and breakfast. Questa è la zona ricca del quartiere.
Le prime case che sono state costruite stanno in via Tegeste e via Tarconte. Sono ancora abitate da impiegati e militari, oggi quasi tutti in pensione, provenienti in particolar modo dai paesi della provincia di Viterbo.
È stata la prima generazione ad abitare nel quartiere. Assieme a loro, diverse giovani famiglie. Attorno a queste prime abitazioni sono poi arrivate le case popolari in via dei buccheri e parte di via Porsenna dove sono andati a vivere le persone che prima stavano nelle case basse del carmine a Viterbo. Altra zona popolare è quella di via Antonello da Messina.
Poi ci sono la zona del ceto medio attorno a piazzale Michelangelo dove vivono soprattutto militari provenienti dal meridione. E infine la vera zona residenziale che è quella in via della capretta”. Da quelle parti anche un’edicola del XVI secolo. Un piccolo monumento che gli abitanti del quartiere vogliono valorizzare come testimonia l’aggiornatissimo gruppo facebook “Quartiere santa Barbara Viterbo”.
Se ciò non bastasse, “il quartiere – spiega il prete – vede una situazione di distinzione e separazione netta. Ad esempio gli extracomunitari, poche famiglie, circa un centinaio, sono quasi tutti in un settore specifico del quartiere, a volte nello stesso palazzo. I militari tutti da un’altra parte e le situazioni di marginalità sociale confinate in specifici punti del tessuto urbano”.
L’immigrazione è ancora contenuta. “Gli immigrati del quartiere vengono soprattutto dal nord Africa e dall’Iraq – dice don Claudio- . Poi ci sono i rumeni, gli albanesi e i latinoamericani, in particolar modo da santo Domingo. Vivono prevalentemente nelle case popolari di via Antonello da Messina. Le donne lavorano come badanti, mentre gli uomini fanno quello che capita”. “La grande maggioranza delle persone è italiana, e marginalità, occupazioni abusive delle case popolari e povertà riguardano soprattutto gli italiani. Anche se gli immigrati non se la passano affatto bene”.
“Mancano servizi, autobus e attività commerciali. Manca tutto, è un mortorio. Non c’è nessuna attrattiva. È un dormitorio. E pure la viabilità fa schifo”. Non vanno per il sottile neanche Tiziana Burocchi dell’edicola di strada Santa Barbara e Ivana Delle Monache, sua cliente.
“La domenica non c’è il pulmann – dice Ivana Delle Monache – e non possiamo raggiungere Viterbo. Giusto la chiesa funziona”. “Se io fossi giovane andrei via da questo quartiere”, aggiunge Tiziana Burocchi. E infatti nel quartiere vige il detto “andiamo a Viterbo”. Non solo perché a santa Barbara le attrattive sono poche, ma anche perché il quartiere è percepito come qualcosa di diverso rispetto alla città nel suo insieme. “Qui non abbiamo neanche un ufficio postale e dopo la chiusura della banca nemmeno uno sportello per ritirare i soldi. Siamo 12 mila, circondati da confini netti rispetto al resto della città che l’ultimo giorno della settimana, se vogliamo e non abbiamo la macchina, possiamo solo raggiungere a piedi”, dicono le due donne.
La viabilità è un altro problema. Entrando dalla rotatoria di via Vulci per raggiungere la parrocchia o qualsiasi altra abitazione che si trova da quelle parti, è necessario passare attorno all’intero quartiere, “un percorso lunghissimo – afferma don Claudio – . Tant’è vero che abbiamo scoperto una scorciatoia passando per i parcheggi senza violare il codice della strada. Cosa che però non ce la siamo sentita di fare per i funerali. A volte mi chiamano e mi dicono: ‘vedo la chiesa ma non so come arrivarci. Un giro inutile e assurdo’”. E tale lo giudicano tutti.
“La segnaletica non si capisce, i sensi unici non si capiscono – ribadiscono Ivana e Tiziana – Non si capisce perché per ritornare su una strada bisogna fare tutto il giro del quartiere”.
Povertà e marginalità sociale sono in crescita rispetto agli anni passati. “La Caritas parrocchiale – racconta don Claudio Sperapani – aiuta 40 famiglie con cibo e vestiti e ogni mese paghiamo circa mille euro di utenze a chi non se lo può più permettere. Sono aumentati anche i casi di occupazione delle case popolari da parte di persone che entrano abusivamente per dare una casa ai loro figli. E sono sempre più presenti situazioni di alcolismo, uso di droghe e prostituzione. Droghe come cocaina e hashish che riguardano sia adulti che ragazzi e che danno tutta l’impressione di essere portate nel quartiere da fuori e in modo organizzato. Prostituzione, invece senza protettori o altro di simile, di persone che lo fanno perché non hanno soldi per andare avanti. C’è poi una microcriminalità fatta essenzialmente di furti e piuttosto diffusa, al punto che tutti gli oggetti preziosi appartenenti alla chiesa sono stati rubati. Ci sono infine anziani abbandonati che muoiono in casa da soli senza che qualcuno se ne accorga. L’ultimo un paio di settimane fa.
Una situazione che genera tensione sociale, finora controllata ma in attesa di venire fuori con forza da un momento all’altro. E i presupposti ci sono tutti. Basta poco”. Perché le contraddizioni sono tante. “E la presenza degli immigrati è ancora minima”.
Il quartiere dista pochi chilometri dal carcere di Mammagialla dove si trova anche il 41bis per i mafiosi e fino a poco fa c’era l’alta sicurezza con la presenza di altri appartenenti alle organizzazioni criminali. “Santa Barbara è diventato il punto di riferimento per le loro famiglie. Molti abitano qui e diversi scontano gli arresti domiciliari nel quartiere per reati che comprendono anche lo spaccio di stupefacenti e il riciclaggio di denaro. E a volte vedi le loro famiglie andare a piedi lungo la Teverina per raggiungere la casa circondariale”, conclude don Claudio.
Daniele Camilli







