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Il frantoio dell’Armata Brancaleone, dove il pugile Malé si fece i muscoli

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Il frantoio "Il Paradosso"

Il frantoio “Il Paradosso”

Mario Matteucci

Mario Matteucci

Il museo dell'olio

Il museo dell’olio

Le corde utilizzate per il film l'Armata Brancaleone

Le corde utilizzate per il film l’Armata Brancaleone

Il museo della seconda guerra mondiale

Il museo della seconda guerra mondiale

Il frantoio del 1917

Il frantoio del 1917

Il museo della fibra di cocco

Il museo della fibra di cocco

Il frantoio "Il Paradosso"

Il frantoio “Il Paradosso”

Viterbo – È il frantoio dove il campione italiano di pugilato Luigi Malè si fece i muscoli. Ed è in questo posto che vennero fatte le corde di cocco per costruire “lo calvalcone” del film l’Armata Brancaleone di Mario Monicelli.

È il frantoio “Il Paradosso”, e sta a Pianoscarano dal 1856.

Multimedia: Il frantoio MatteucciIl museo dell’olioIl museo della seconda guerra mondialeIl frantoio del 1917 e il museo della fibra di cocco

Mario Matteucci è proprietario e padrone di casa, e accoglie tutti come se conoscesse tutti da una vita. Mario Matteucci è inoltre uno degli ultimi detentori dei segreti dell’intreccio di fiscoli fatti a mano, recipienti filtranti in cui vengono poste le olive macinate per sottoporle alla torchiatura. Conosciuti fin dall’epoca romana.

Ottantadue anni, Matteucci è l’ultimo di quattro figli. La sua è la quarta generazione di artigiani e imprenditori. Ha un obiettivo, passare il testimone ai figli e al nipote Francesco. 

Un frantoio messo in piedi prima dell’Unità d’Italia e che al suo interno conserva tre piccole strutture museali: il museo dell’olio, quello della filatura e intreccio della fibra di cocco e il museo della seconda guerra mondiale.

Tutti e tre i musei ruotano attorno all’esperienza e alla sapienza artigiana della famiglia Matteucci, Mario in particolare. Ingresso gratuito. Uno appresso all’altro, introdotti dalle foto di famiglia e degli operai che tra ottocento e novecento vi hanno lavorato. In attesa della quinta generazione. In mezzo l’arte della canapa che un tempo caratterizzava il territorio viterbese.

Il primo – il museo dell’olio – è un vero e proprio viaggio nel tempo, con il frantoio del 1856 e le attrezzature dell’epoca. All’esterno, i resti del frantoio del 1917, protetti da una piccola statua di santa Rosa. “Cento anni fa – racconta Mario Matteucci – quando a Viterbo era appena arrivata l’energia elettrica. Quello del ’17 è inoltre uno dei primi frantoi in Italia con le prime centrifughe in grado di separare l’acqua dall’olio”.

Matteucci ha conservato tutto e tutto sul posto. Il museo dell’olio è infatti lì dove una volta si trovava il frantoio della seconda metà dell’Ottocento. Al suo interno anche una Madonna del fiscolaio risalente al XVI secolo. “Mi dicevano di buttare tutto – dice Matteucci – Meno male che non l’ho fatto, che non ho dato retta a nessuno. Ecco come è nato il museo, dalla passione per il lavoro e la storia della mia famiglia e del territorio. Per il benessere di Viterbo. Una scelta che mi ha dato tantissime soddisfazioni. Le persone vengono a visitarlo tutti i giorni. Fino a 60 persone al giorno. Molte di loro tornano a visitarlo, anche solo per salutarmi”.

E arrivano da tutte le parti d’Italia e del mondo. Dagli Stati Uniti e dal Nepal, dalla Svizzera e da Singapore. Così come da Argentina e Filippine. Mario conserva ed espone tutto, foto, diplomi, pergamene. Persino il pannello della partecipazione all’Expo di Milano del 2015.

“Prima che arrivasse l’energia elettrica – spiega Mario Matteucci – le olive venivano gettate da un buco nel soffitto. Gli operai, una decina in tutto, le prendevano con i cesti e le mettevano nella macina e le schiacciavano. Poi prendevano i fiscoli e con le mani mettevano dentro la pasta frantumata. Quando il fiscolo era pieno lo mettevano sotto la pressa. La giravano e usciva fuori acqua e olio che finiva nel mastello che veniva scaricato dentro dei contenitori in rame. Acqua e olio restavano fermi per circa un’ora. Passato questo tempo l’olio saliva in superficie e con la sfoglia sfioravano l’acqua e levavano tutto l’olio che veniva messo dentro appositi contenitori”.



Accanto al museo dell’olio c’è una cantina. Ci si arriva scendendo una rampa di scale. È il museo della seconda guerra mondiale, costruito anch’esso laddove Mario e tutta la sua famiglia l’hanno vissuta sfuggendo alle bombe che dal cielo hanno devastato la città. “È un rifugio – racconta Matteucci – costruito durante la guerra e utilizzato da alcune famiglie viterbesi per proteggersi dai bombardamenti. Appena le cose si misero male, vennero scavate delle gallerie che misero in comunicazione tra loro diverse cantine per permettere alle persone della zona di salvarsi dalle bombe che cadevano su Viterbo”.

Era il 1944 e molti oggetti di allora sono conservati ancora dentro la piccola struttura museale. Maschere antigas, taniche per la benzina, tedesche e austriache, stoviglie, colpi di artiglieria e un casco da moto dell’esercito di occupazione nazista. Pochi metri quadrati che raccontano però uno dei momenti più drammatici della storia dell’uomo. Tutti conservati e raccolti di persona da Mario Matteucci. “In questi piatti c’ho mangiato anche io”, precisa.

Infine, il museo della filatura e intreccio della fibra di cocco. “Oggetti unici al mondo – sottolinea Mario Matteucci -. In questo piccolo spazio si racconta infatti la storia della filatura della canapa e della fibra di cocco per realizzare corde di varie lunghezze e diametro”. Come quelle fatte a mano nel 1966 per il film l’Armata Brancaleone di Mario Monicelli. La scena è quella dello “cavalcone”, il ponte dove “l’homo di poca fede” dell’Armata cadde perché alla fine, nonostante “la fede in Dio”, il passaggio sull’altra sponda non resse il peso. “Facciamo ancora – dice Matteucci con orgoglio – i fiscoli in fibra di cocco utilizzati per l’estrazione dell’olio di oliva. E li facciamo a mano, utilizzando gli antichi strumenti del mestiere”.

“Una volta feci dei fiscoli – racconta Mario Matteucci – e una signora di Milano, dopo averli visti non solo mi disse di darglieli ma addirittura di farglieli una ventina. Allora ho capito che la cosa piaceva e mi sono messo a farli per venderli. Adesso me li chiedono da tutta Italia e sarebbe bello mettere in piedi una scuola qui a Viterbo”, ma “i nostri governanti purtroppo queste cose le capiscono e non le capiscono”.

Daniele Camilli

 


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