Viterbo – (s.c.) – I mercatini periodici specializzati viterbesi di Viterbo e del Lazio, quelli con gli hobbisti degli oggetti usati e simili in piazza, sono penalizzati dalla vigente legge regionale che disciplina il settore del commercio.
Nella fattispecie si tratta della legge regionale Lazio del 18 novembre 1999, n. 33 – disciplina relativa al settore commercio vecchia di 18 anni e mai adeguata ai tempi moderni.
Il perché è presto detto. A questa legge è collegata una deliberazione del consiglio regionale 19 febbraio 2003, numero 19 (un documento programmatico anche lui vecchio di quindici anni) che, per il commercio su aree pubbliche, nell’articolo 5 punto B comma 4 “relativo ai mercati specializzati (destinati prevalentemente alla vendita di oggetti rientranti e/o assimilabili a generi di antiquariato, oggetti usati, hobbistica, oggetti da collezione), prevede la partecipazione degli operatori che esercitano l’attività commerciale non in modo professionale per un massimo di tre volte all’anno”.
La vicinissima regione Umbria, a differenza del Lazio, invece, si è dotata di un’aggiornatissima legge regionale (del 13 giugno 2014, n. 10) che all’articolo 44 (Hobbisti) punto 5. prevede che “gli hobbisti autorizzati possono partecipare ad un massimo di dodici manifestazioni l’anno su tutto il territorio umbro. Considerando anche unitaria la partecipazione a manifestazioni della durata di due giorni, purché consecutivi”.
A Viterbo, e nel Lazio, dunque, nei mercatini si può partecipare e esporre i propri oggetti tre volte all’anno mentre in qualsiasi città o paese dell’Umbria dodici. Per essere più chiari a Bomarzo tre volte e a poco più di 5 chilometri nella vicina Attigliano dodici.
E gli operatori viterbesi, tenuto conto della vicinanza tra il nostro comune di Viterbo e altri comuni umbri che hanno istituito anch’essi mercati specializzati per hobbisti aperti a operatori che esercitano l’attività commerciale non in modo professionale (come Terni, Perugia, Amelia, Pissignano frazione del comune di Campello sul Clitunno (Pg), Marsciano (Pg), Foligno, Orvieto, Spoleto, Gubbio e cosi via) preferiscono farsi qualche chilometro in più e avere la possibilità di essere presenti tutti i mesi sulla stessa piazza.
Tutto anche a danno del mercatino specializzato che il Comune di Viterbo ha istituito in piazza del Sacrario che si tiene la terza domenica di ogni mese, ovvero 12 volte all’anno, quando gli operatori non professionali, per colpa della vecchia legge regionale del Lazio, possono partecipare soltanto tre volte. E’ evidente che, in questo modo, il mercatino viterbese non potrà mai decollare e raggiungere i livelli di partecipazione di paesi o frazioni come Pissignano e città come Arezzo dove si contano oltre 600 espositori presenti per ogni domenica.
Penalizzati, poi, sono anche gli altri mercatini specializzati che il comune di Viterbo patrocina e che si tengono nella città con cadenza periodica (mercatini di collezionismo, vintage, antiquariato, per esempio in occasione di San Pellegrino in fiore, Caffeina, Paperonly, festa dell’Uva, sagra della Castagna a San Martino al Cimino e altre feste di quartiere e di frazioni).
Un danno anche per le casse comunali che, per ciascun operatore, riscuotono la tassa dell’occupazione del suolo pubblico soltanto tre volte all’anno e non dodici.
Per risolvere questo problema della disparità delle presenze consentite agli operatori non professionali uno spiraglio ci sarebbe. Sempre la stessa legge regionale Lazio 18 novembre 1999, numero 33, infatti, che disciplina il settore commercio all’articolo 12 punto 4 (Adozione e revisione del documento programmatico) prevede che la giunta regionale, su motivata richiesta del comune interessato, può proporre al Consiglio regionale parziali modifiche dei contenuti del documento programmatico.
Allora basterebbe che il comune di Viterbo faccia richiesta motivata alla giunta regionale del Lazio, per la modifica del documento programmatico soprascritto, per modificare in aumento la partecipazione degli operatori che esercitano l’attività commerciale non in modo professionale da un massimo di tre volte all’anno a un massimo di dodici volte all’anno.
Sarebbe una vittoria per il comune di Viterbo che, vista la vicinanza di pochissimi chilometri con le vicine regioni Toscana e Umbria, risulta oggi penalizzato dal un flusso migratorio degli operatori viterbesi verso i comuni delle regioni limitrofe alla nostra.
Per questo gli operatori non professionali viterbesi si stanno mobilitando con una raccolta di firme e una richiesta in tal senso indirizzata al presidente della regione Lazio e al sindaco di Viterbo.
