Vetralla – (sil.co.) – Scuce soldi a un invalido e gli azzera il conto, badante a processo. E’ una giovane dell’est europeo accusata di tentata estorsione in concorso in seguito alla denuncia di un 56enne che il 30 novembre 2012, in preda alla disperazione, chiese l’intervento dei carabinieri nella sua abitazione di Vetralla.
All’interno i militari trovarono desolazione e abbandono: vuoto il frigo, sporcizia ovunque, il bagno impraticabile, lo scaldabagno rovinato a terra e, particolare insolito, perfino l’assenza del lavandino di cucina. Lavandino che poi fu ritrovato a casa dell’imputata.
La presunta vittima è stata ascoltata ieri dal giudice Silvia Mattei, cui ha raccontato come avesse assunto la donna come “mezza badante”, per 250 euro al mese, più “carezze e pizzicotti” extra. “Prestazioni sessuali – ha spiegato – per scacciare la solitudine, pagati in contanti, 50 euro a volta”. E’ andata avanti per un paio di mesi: “Poi – ha proseguito – lei mi ha costretto a darle altri soldi e firmare assegni in bianco, facendomi picchiare da alcuni suoi amici”.
Il 56enne, all’epoca, riscuoteva ogni mese sui duemila euro di pensioni: “Ma 400 euro li dovevo dare di mantenimento a mia figlia, sui 300 euro andavano per la spesa, 240 per la rata della macchina, 250 per alla badante, più 50 euro ogni tanto in cambio di sesso. A un certo punto mi sono trovato indebitato coi supermercati, non avevo più neanche i soldi per mangiare – ha proseguito – le avevo già prestato dei soldi per un interventino, poi le avevo dato altri soldi per suo fratello che avrebbe dovuto ripararmi la macchina , invece non l’ha mai aggiustata”.
La situazione è precipitata quando è stato costretto con la forza e con le minacce a firmare degli assegni in bianco. “Tre blocchetti -ha spiegato il fratello, che a quel punto è venuto a prenderselo e se lo è portato a Trento – che non sono mai stati ritrovati, così come gli assegni, che nessuno ha mai tentato di incassare. Ma che li avesse ritirati, accompagnato in banca dalla badante, me lo ha confermato il direttore. Sul suo conto corrente, invece, non c’era un soldo”.
“Negli ultimi tempi ha detto ancora il fratello – nemmeno mi telefonava più, perché diceva di non avere i soldi. La casa era in condizioni disastrose, sporca e maleodorante. Lei non puliva e nemmeno cucinava. Lui mi ha detto che gli portava un panino ogni tanto. Mi ha colpito che mancasse il lavello, glielo avrebbe portato via dicendogli che era guasto e lo avrebbe fatto riparare, invece era a casa sua”.
Drammatica la testimonianza della vittima, palesemente in difficoltà a raccontare al giudice cosa gli sia successo in quei due mesi. “Mi doveva aiutare nelle faccende di casa, visto che sono come sono. Poi tra noi è nato un rapporto affettivo oltre che lavorativo. Quindi ha cominciato a chiedermi altri soldi, diceva che le servivano per andare avanti. Ha cominciato a minacciarmi e 3-4 volte mi ha fatto picchiare da certi amici suoi che mi ha portato in casa. Infine mi hanno obbligato firmare 5-6 assegni in bianco”.
Ridotto sul lastrico, avrebbe dovuto chiedere un prestito a gente di Ronciglione per pagare i debiti coi supermercati. “Erano amici, mi hanno dato i soldi volentieri, glieli potevo ridare un po’ alla volta”, ha detto. Fino a quando non ha chiamato i carabinieri e sono venuti a riprenderselo di corsa le sorelle residenti a Bari e il fratello residente a Trento.
“Mio fratello dodici anni prima era stato cacciato dalla casa dia proprietà dalla moglie, da cui ha divorziato, rimanendo completamente solo – ha spiegato ancora il fratello – ma con duemila euro al mese di pensioni, anche se invalido al cento per cento, se la sarebbe potuta cavare bene. Aveva preso casa in affitto, aveva la macchina. Invece si è ritrovato circondato da gente che gli prendeva i soldi, lo malmenava e lo minacciava. Lo abbiamo portato via con noi per allontanarlo da certi giri”.
Prima ancora che della badante, il 56enne si è detto vittima della solitudine: “Spinto dalla solitudine, quando mi hanno presentato questa ragazza, che avrebbe potuto aiutarmi in casa e altro, ho pensato che facesse al caso mio”. Dopo due mesi, si è ravveduto.
Sentenza il 16 marzo 2018.
