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Viterbo – Genio e sregolatezza, slide e maxischermo, oltre sei ore di discussione e scintille tra accusa e difesa. Sono gli ingredienti dell’interminabile udienza di oggi del processo per l’Appaltopoli made in Tuscia, dedicata alla difesa della funzionaria del genio civile Gabriela Annesi.
A un certo punto è dovuta intervenire la presidente del collegio: “Il tribunale farà il suo dovere, non emetterà la sentenza sula base di un riassuntino di due righi, impropriamente raffazzonati dal pm”, ha garantito.
Col collega Roberto Lanzi, la Annesi è tra gli imputati più in vista del filone principale della maxinchiesta della procura su un presunto giro di appalti pubblici truccati da una cordata di imprenditori con la complicità di funzionari pubblici e pubblici amministratori. In cambio, ovviamente, di mazzette.
Gli altri sono gli imprenditori Luca Amedeo Girotti, Fabrizio Giraldi, Angelo Anselmi e Giuliano Bilancini, l’ex sindaco di Graffignano Adriano Santori e l’ex assessore del piccolo centro della Teverina Luciano Cardoni.
Oggi è toccato all’avvocato Samuele De Santis, per l’ex dipendente pubblica costretta dopo il clamoroso arresto bis dell’ottobre e novembre 2012 al “pensionamento anticipato con disonore”, come spiegato dallo stesso legale.
“Non è vero che la Annesi ha confessato come dicono i pm nella memoria – ha detto – si è sottoposta volontariamente a quasi quattro ore di interrogatorio il 28 dicembre 2012, a ridosso di capodanno, mentre era in carcere quando era più facile fare leva sul suo desiderio di tornare dalle figlie a casa, e ne sono state estratte due misere paginette strumentali alla tesi dell’accusa”.
“Meno male che io quel giorno ho chiesto la fono-registrazione”, ha proseguito De Santis, alludendo alle presunte pressioni fatte alla Annesi dopo l’ammissione di avere ricevuto da Lanzi 7500 euro per delle consulenze che si sarebbe riservata di giustificare una volta rientrata in possesso delle sue carte.
Fino a quando si è inalberato il pm Tucci. “Finora ho taciuto, ma stia attento a quel che dice. Si prende la responsabilità delle sue dichiarazioni. Io ho le fono-registrazioni di quello che lei ha detto oggi riguardo al nostro operato”, ha scandito, rivolgendosi al difensore.
Per riportare la calma è intervenuta la presidente del collegio, giudice Maria Luparelli. “Il tribunale farà il suo dovere, non emetterà la sentenza sula base di un riassuntino di due righi, impropriamente raffazzonati dal pm”, ha garantito, alludendo a chiare note all’oggetto del contendere.
“Con la riforma Orlando, Annesi non sarebbe stata nemmeno arrestata – ha ribadito De Santis – dopo la prima iscrizione nel registro degli indagati, a luglio 2010, la sua posizione sarebbe stata definita entro nove mesi con l’avviso di fine indagine o la richiesta di archiviazione”.
Per il legale deve uscire dal fascicolo del processo la memoria di 700 pagine presentata dai pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci. “E’ un copia-incolla dell’ordinanza di custodia cautelare, figlia delle sole valutazioni dell’accusa per la quale il processo è finito prima di cominciare”.
De Santis è quindi tornato a puntare il dito contro l’omessa discovery: “Ci dicevano che tutte le intercettazioni erano a disposizione nell’ufficio dei pm, salvo scoprire che sono state depositate da tre mesi a un anno e mezzo dopo, perché una parte erano rimaste alla forestale, perché le intercettazioni continuavano, perché nel frattempo erano stati aperti altri filoni e sono andate avanti no stop dal 2008 al 2013, con gente insostenibilmente indagata per cinque anni, la famosa pesca a strascico, cui ha messo fine la riforma Orlando, ponendo dei paletti precisi alle procure. Ebbene quei paletti, favor rei, vanno applicati ai nostri odierni imputati”.
Lo stesso motivo per cui la Annesi non sarebbe mai stata arrestata: “Mancano almeno due avvisi di proroga delle indagini, niente di illegittimo, all’epoca si poteva fare. Ma va applicata la riforma Orlando, che rappresenta una rivoluzione copernicana. Per la gara di Vasanello del 2010, la prima contestata, la Annesi sarebbe dovuta andare a giudizio al massimo un anno dopo- sarebbe bastata una richiesta di proroga delle indagini a inizio 2011 per evitare la reiterazione del reato, un obbligo. Un proroga la cui omissione l’ha fatta finire due volte nel carcere di Civitavecchia. Questo perché la procura ha tenuto tutto in caldo per incastrare personaggi dai nomi altisonanti come Armando Balducci o Amedeo Orsolini. Hanno fatto fare trenta gare a Lanzi perché era oro, per arrivare più su e ancora più su“.
In pratica, per gli stessi fatti, il giorno stesso della richiesta di giudizio immediato, nel gennaio 2013, i pm avrebbero fatto nuove iscrizioni nel registro dei reati per far partire nuovi termini di indagini preliminari senza doverlo dire agli interessati. “Il gip avrebbe dovuto dire basta, ma non l’ha fatto. Oggi, semplicemente, non sarebbe più possibile. Se spuntano qualificazioni diverse del fatto-reato, si aggiorna la prima iscrizione, non se ne fa una nuova. E il termine massimo è di sei mesi più tre, nove mesi, per decidere la sorte dell’indagato. Il processo finisce qui”.
Il resto dell’udienza per entrare nel merito delle accuse.
Silvana Cortignani



