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“Siamo contro la violenza verso i deboli e gli oppressi”

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Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Pardeep Singh

Pardeep Singh

Il gruppo sikh di arti marziali

Il gruppo sikh di arti marziali

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Il corteo dei sikh

Viterbo – Colori, preghiere, musica e “battaglia”. I sikh festeggiano a Viterbo il “compleanno” di Guru Granth Sahib, le sacre scritture dei 10 guru che si sono succeduti dal 1469 al 1708. Non una persona, ma il testo sacro che contiene gran parte della disciplina sikh, religione monoteista nata in Pakistan nel XV secolo.

Multimedia: Il corteo dei sikhI sikh in “battaglia”Video

Un corteo organizzato dall’associazione culturale “Babà Buddha Ji” che ieri ha attraversato parte del centro storico di Viterbo. Partenza Valle Faul con arrivo a via El Alamein, passando per via del Pilastro, piazza della Rocca, via Matteotti, via Marconi, largo Benedetto Croce e piazza Martiri d’Ungheria.

Con due soste, per altrettante esibizioni in battaglie da parte dei più giovani. La rappresentazione di una vera e propria scuola di guerrieri venuta su all’epoca del sesto guru quando i sikh si trovano a fronteggiare i musulmani che nel frattempo avevano invaso i loro territori. Per poi lasciare il testimone ai conquistatori della compagnia delle Indie orientali prima e direttamente agli inglesi di sua maestà poi.

“Festeggiamo il compleanno del nostro primo guru, il nostro maestro”, racconta Pardeep Singh, ventenne di Brescia che fa parte dei ragazzi che si sono esibiti a piazza della Rocca e dopo in via Marconi. “Parliamo dei suoi insegnamenti e pratichiamo le arti marziali. Molti ci vedono con le armi e dicono che siamo violenti. Non è così. Le armi in passato ci sono servite solo per difenderci e difendere le altre persone. Nel nostro gruppo ci sono sia studenti che lavoratori”.

Dunque non solo da Viterbo, i sikh che si sono dati appuntamento a Valle Faul vengono anche da Roma, Ladispoli, Sabaudia, Fondi, Terracina, Siena, Arezzo, e appunto Brescia.

Pardeep Singh è in Italia da 11 anni e lavora in fabbrica dall’età di 17 anni. “Otto ore al giorno – racconta – a piegare l’alluminio con un martello, anche con turni notturni. Ho lasciato gli studi al terzo anno delle superiori. Se potessi andrei via dall’Italia. Magari in Canada o negli Stati Uniti”.

Al nord si va a lavorare in fabbrica, al centro e al sud nelle campagne. “Lavoriamo duramente – racconta ancora Pardeep – e non ci risparmiamo mai. Siamo soprattutto operai e studenti al nord, studenti e braccianti agricoli al centro e al sud”. Come a Viterbo dove gran parte della comunità sikh è impegnata in lavori di campagna, in grandi e piccole aziende dell’agro viterbese.

“Nel nostro gruppo di arti marziali – dice Luvejit Singh – ci sono 4 studenti che frequentano gli istituti tecnici e tutti gli altri lavorano in fabbrica come meccanici”.

Gli abiti che indossano sono quelli della tradizione e le sacre scritture che professano, anche lungo il corteo con volantini e discussioni in strada, non riconoscono il sistema delle caste. Anche l’adorazione di idoli, rituali e superstizioni è bandita. Il sikhismo si basa invece su tre principi: ricordare il Creatore in ogni momento, guadagnare lavorando onestamente, e condividere il guadagno.

Durante il corteo si sta scalzi. E vale per chiunque. Ai lati, un piccolo “servizio d’ordine” che ricorda le regole ai curiosi che di volta in volta s’affacciano. Si distribuiscono cibo e acqua, noci e dolci. Tantissimi i giovani, le donne si schierano avanti a tutti. Uomini e donne insieme compiono una sorta di rito di purificazione delle strade che attraversano.

Lungo il percorso, soprattutto da piazza della Rocca a via Marconi, tanti curiosi lì a guardare. Chiedendosi prima cosa fosse quel corteo pieno di colori aperto da polizia, carabinieri e gente armata di spade appresso, e impugnare cellulare per foto e riprese poi, una volta afferrato sommariamente cosa avessero di fronte.

“Gli abiti che indossiamo – spiega Pardeep Singh – fanno riferimento ai cinque Kakaar, indossati sempre da ogni appartenente alla comunità. Il primo Kakaar è il kesh, i capelli non vengono mai tagliati ma lasciati crescere naturalmente perché considerati un dono di Dio. Il secondo è il kangha, il pettine tenuto all’interno dei capelli per mantenerli sempre puliti. C’è poi il kara, il bracciale di ferro, considerato sacro perché creato dai dieci guru. Ci sono infine il kachera, la biancheria indossata dai sikh battezzati, e il kirpan, ossia il pugnale sacro, simbolo di giustizia e di libertà di spirito. Lo portiamo sempre con noi e non lo utilizziamo mai a scopo d’offesa, ma solo contro la violenza e l’ingiustizia verso i deboli e gli oppressi”.

Daniele Camilli

 


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