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Le vite sospese dei prof “deportati” della Tuscia

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Silvia Somigli assieme a Marcella Brancaforte, Nuccia Zafarana e Ingrid Fronhofer

Silvia Somigli assieme a Marcella Brancaforte, Nuccia Zafarana e Ingrid Fronhofer

Silvia Somigli

Silvia Somigli

Nuccia Zafarana

Nuccia Zafarana

Marcella Brancaforte

Marcella Brancaforte

Ingrid Fronhofer

Ingrid Fronhofer

Viterbo – “Precari di ruolo”, li ha definiti così la segretaria territoriale della Uil scuola Viterbo, Silvia Somigli. “Docenti – ha poi aggiunto – che hanno subito una vera e propria ‘deportazione’”.

Video: Le storie delle docenti “deportate” della Tuscia

Si tratta di insegnati assunti in ruolo grazie alla riforma della “buona scuola” dopo anni di precariato e poi presi e spostati da una parte all’altra del Paese. A centinaia di chilometri di distanza da casa. Da due anni. Così, di punto in bianco.

Sono spesso 40/60enni. Al punto da dover scegliere tra lavoro e famiglia oppure a fare richieste di congedo o aspettativa senza retribuzione perché per molti è impossibile trasferirsi con la famiglia nelle scuole indicate dal Ministero. A Viterbo sono almeno una ventina. Un centinaio in tutto il Lazio. Oltre 15mila in tutta Italia.

Manco fosse un dispetto. Bene che vada, la cattiva sorte che si abbatte sempre sugli ultimi.

“Docenti ‘immobilizzati’”, li chiama invece Marcella Brancaforte. Lei ha casa e famiglia a Tuscania. Dopo un anno di assegnazione all’istituto superiore Francesco Orioli, è stata spostata a Tivoli. Più di 130 chilometri di distanza che è impossibile fare da pendolare senza impazzire. Ha dovuto prendere in affitto un posto dove dormire e aspettare il fine settimana per far ritorno a casa.

“Non è una mobilità che abbiamo scelto – racconta Brancaforte – ma una situazione che ci è cascata addosso tra capo e collo con conseguenze pesanti nella nostra vita. Siamo ‘immobilizzati’, abbiamo cioè una vita completamente bloccata”.

Tutta colpa di un algoritmo pensato dal ministero dell’istruzione per l’assegnazione dei professori alle rispettive scuole. Un algoritmo studiato, ma sbagliato. “Una formula – l’ha descritta Somigli – creata dal ministero che nell’assegnazione dei punteggi ai docenti assunti non ha tenuto conto degli anni di lavoro svolti e dell’anzianità realizzata. Ci sono stati professori che dopo tantissimi anni di servizio sono stati assegnati a centinaia e centinaia di chilometri di distanza quando avrebbero dovuto restare là dove erano e avevano costruito vita e famiglia”. E questo grazie alla riforma della buona scuola, la legge 107.

Docenti strappati a reti familiari e affettive, con tanto di spese da sostenere per vitto, alloggio e viaggi.

“Io mi ritengo fortunata – dice Marcella Brancaforte – A scuola hanno fatto un orario per venirmi incontro. Lunedì mi fanno entrare alle 11.30 per consentirmi di portare a scuola mia figlia. Mi fanno alzare con calma lunedì mattina anziché dover partire domenica sera per essere a scuola alle otto. E non è scontato, perché ho sentito delle colleghe arrivate in scuole dove la dirigente scolastica ha detto ‘non sono affari miei'”. 

Una condizione di lavoro che sta mettendo in discussione scelte di vita, investimenti e assetti famigliari. Una situazione di cui a farsene carico sono ancora in pochi. Tra loro comitati come Nastrini liberi, Nastrini rossi e Nonsisvuotailsud, perché molti professori sono stati spostati dal meridione al nord Italia. C’è anche la Uil scuola Viterbo che sabato scorso ha organizzato un incontro con docenti “immobilizzati” della Tuscia.

“Per far fronte a tutta questa situazione sono nati diversi comitati”, ricorda la professoressa Brancaforte. “Comitati costituiti soprattutto da donne tra i 40 e i 65 anni che, dopo due anni di mobilità, hanno perso soldi e affetti. So di colleghe che hanno debiti con i genitori di 7.500 euro che sono serviti per pagare l’affitto”.

“L’algoritmo sbagliato – ricorda Somigli – è stato giudicato illegittimo da diverse sentenze della magistratura. Una di queste ha permesso alla Uil scuola di riportare a casa dal Cadore Roberta Russo, una docente del viterbese. Passando però per la sentenza di un giudice. Questo non lo vogliamo più”.

“Con l’assunzione pensavo che fosse finito il precariato. Invece è appena iniziato”, racconta Ingrid Fronhofer che dopo 20 a Roma è stata mandata in Puglia una volta assunta in ruolo. “Ho fatto anche anni e anni di aggiornamento che non mi sono serviti a niente”.

Inoltre – spiega Silvia Somigli – “diversi di loro sono entrati in ruolo come docenti potenziatori, ossia un contingente di cosiddetto potenziamento che avrebbe dovuto qualificare l’offerta formativa della scuola. Quindi un rafforzativo di alcune discipline che ogni istituto individua sulla base delle esigenze interne di progettazione”.

Con quali risultati? “Abbiamo messo in ruolo delle persone – sottolinea Somigli – che invece di andare a rafforzare le linee progettuali della scuola con le loro competenze si sono ritrovati invece incasellati a fare i supplenti o corsi di recupero. E basta. Senza potenziare affatto le eccellenze, ma trasformando questi docenti in veri e propri precari di ruolo”.

“Dopo vent’anni di precariato – racconta Nuccia Zafarana – mi hanno spostato da Ragusa a Civita Castellana nel viterbese. I miei vent’anni di precariato li ho tutti sulle spalle. E ho fatto di tutto per la mia famiglia e continuo a farlo. Ma non ho più 40 anni, non ho più un’età tale da poter affrontare dei disagi. Ci sono tante situazioni a livello familiare che vanno a essere condensate in una vita e in una storia. Non è solo la mia storia personale. Siamo tante. E siamo agguerrite”.

Daniele Camilli

 

 

 


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