Marta – Un errore di notifica a uno dei difensori degli otto indagati nell’inchiesta sul porto di Marta. E l’udienza davanti al tribunale Riesame prevista per ieri è slittata: se ne riparlerà il 21 novembre.
Il Riesame dovrà decidere se far mettere o no i sigilli al più grande porto del lago di Bolsena, sul quale il procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma e il pubblico ministero Massimiliano Siddi hanno aperto un’indagine per falso ideologico, abuso d’ufficio e violazione delle norme sulla tutela del paesaggio.
Nel fascicolo compaiono i nomi del sindaco di Marta Maurizio Lacchini, della vicesindaca Lucia Catanesi e di alcuni assessori e tecnici comunali. Difesi dall’avvocato Giovanni Labate, sono già stati raggiunti dall’avviso di garanzia.
Nel mirino della procura è finito il molo inaugurato a maggio 2016 e finanziato dalla regione Lazio con fondi europei. Per gli inquirenti non avrebbe dovuto aumentare la capacità ricettiva del porto, ma doveva essere semplicemente un’opera idraulica a protezione della darsena esistente. Eppure a quel molo le barche, soprattutto nella stagione estiva, avrebbero attraccato. Secondo gli inquirenti, il comune di Marta si sarebbe procurato un vantaggio economico chiedendo alle imbarcazioni un canone per l’ormeggio al molo. Proventi non dovuti, per la procura, in quanto a quel molo le barche non potevano attraccare. Essendo, per gli inquirenti, solo un’opera idraulica.
La procura di Viterbo si è rivolta al Riesame impugnando il no del gip di Viterbo, a cui aveva precedentemente chiesto di poter sequestrare il porto. Ma bisognerà attendere ancora qualche settimana per conoscere l’esito del ricorso. Intanto l’avvocato Labate promette battaglia: le memorie difensive sarebbero già pronte.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.




