Viterbo – “In questi anni ho parlato il minimo indispensabile. Anzi, quasi mai”. Ma ora Angela Birindelli, ex assessora regionale e dipendente dell’Ater, è un fiume in piena. Il suo è uno sfogo più che un’intervista, dopo che il giudice del lavoro di Viterbo ha dichiarato “illegittimo” il suo licenziamento dall’ente di via Garbini. Per il magistrato, “Birindelli va reintegrata nell’originario posto di lavoro”. E la sentenza è “immediatamente esecutiva”.
Nell’intervista l’ingegnera di Bolsena, 46 anni, ripercorre quella che la stampa ha battezzato come la vicenda Ater. Lei la chiama “mattanza politica nei miei confronti”, e racconta delle difficoltà in cui in questi anni si è imbattuta per ritrovare lavoro. “La mia vita è stata distrutta, frantumata. Mi sono dovuta reinventare, rimettere in gioco. Ho dovuto ricominciare da capo, e tantissime porte mi sono state sbattute in faccia”. Eppure dice che rifarebbe “tutto quello che ho fatto, anche se ho pagato un prezzo altissimo”. Poi, i progetti per il futuro. “Non so se tornerò a lavorare all’Ater – ammette -, ma una cosa è certa: non ricoprirò mai più un ruolo politico”.
Birindelli parla, ma si interrompe più volte. La voce non regge l’emozione. Piange. “Ma non sono lacrime di turbamento”, dice.
Perché questo pianto allora?
“Perché sono felicissima, talmente felice quanto ancora incredula. E ora sto scaricando tutta la tensione accumulata in questi quattro anni. La sentenza del giudice del lavoro è un traguardo importante, è una grande soddisfazione, perché quando sono tornata all’Ater di Viterbo dopo aver svolto il ruolo di assessora regionale alle politiche agricole sono stata oggetto di persecuzione. Sono stata sottoposta a un mobbing, che è culminato con il mio licenziamento. Un licenziamento basato sul nulla, se non su un’ingiustizia legata al mio profilo politico. Ma sono sempre stata convinta che prima o poi avrei avuto giustizia, perché nella giustizia ci credo. Sono sempre stata convinta che la realtà sarebbe emersa, ma naturalmente non è stato semplice”.
Birindelli, iniziamo dalla fine. Quando è stata licenziata?
“Nel 2014, e dopo il licenziamento sono stata vittima di un violento attacco a cui nessun dipendente, sia pubblico che privato, è mai stato sottoposto. Perché nessun manager al mondo ha mai tenuto una conferenza, in un bar, con i giornalisti invitati, per comunicare il licenziamento di un suo dipendente. Anzi, di solito si tiene nascosto. I miei diritti di persona, di lavoratrice, di cittadina, di madre di famiglia sono stati lesi senza eguali, e con la sentenza del giudice del lavoro ho raggiunto un traguardo importantissimo. Sopratutto da un punto di vista morale”.
Perché è stata licenziata?
“Perché l’ex direttore dell’Ater Ugo Gigli mi disse che avevo in mano delle autorizzazioni, che lui in realtà firmò, che non erano vere. Che le sue firme le avevo fatte io, falsificandole. Mi spiego meglio. La legge sui dipendenti pubblici prevede che per espletare come libero professionista incarichi esterni all’ente per il quale lavori e per altri enti pubblici, devi essere autorizzata dal direttore. La richiesta va inoltrata, si devono aspettare trenta giorni, e alla fine se l’azienda non risponde si è automaticamente autorizzati, perché vale il silenzio assenso. L’ex direttore dell’Ater mi disse che i documenti che avevo in mano, che lui in realtà firmò, non erano veri. Che le sue firme le avevo fatte io. Ma non solo non avrei avuto alcun vantaggio nel falsificarle, perché mi sarebbe bastato il silenzio assenso per essere autorizzata. Ma la procura, durante le perquisizioni, ha addirittura trovato gli originali, negli uffici dei comuni dove sono stati presentati”.
Quanti anni ha lavorato all’Ater?
“Sono entrata nel 2001 dopo aver vinto un concorso pubblico. Ero una dipendente a tempo indeterminato e avevo partecipato anche a dei concorsi interni, vinti pure quelli, fino a diventare funzionario quadro responsabile di settore. Chiamata a fare l’assessora regionale, per due anni e mezzo sono stata in aspettativa istituzionale. Una volta rientrata, invece che trovare il mio posto, il ruolo che avevo lasciato, come la legge italiana impone, sono stata messa da parte. Non solo, sono anche stata oggetto di ben quattro procedimenti disciplinari, tutti vinti davanti all’ispettorato del lavoro. L’ultimo si è comunque concluso con il mio licenziamento, un licenziamento illegittimo. Ora sono contenta, perché ho avuto giustizia. Non potevo non vincere la causa civile, era ovvio che l’avrei vinta. Avevo un solo timore: che i tempi sarebbero stati lunghissimi, perché in questo paese c’è chi aspetta giustizia da vent’anni. Io, fortunatamente, l’ho avuta dopo quattro. Nonostante quattro anni siano un lasso di tempo immenso”.
Come li ha passati questi anni?
“Cercando di sopravvivere, in un modo o nell’altro. Anche psicologicamente. Non ho sempre lavorato, perché in provincia ho trovato un muro. Mi sono vista sbattere tantissime porte in faccia, e questo mi ha fatto male. Questa è stata la cosa più brutta di questi anni. Ho vinto concorsi pubblici, ma poi non sono stata assunta perché ero stata licenziata dall’Ater. Quel licenziamento mi ha precluso tante altre strade, ma fortunatamente sono una combattente”.
Era diventata l’emblema del dipendente pubblico che se ne approfitta?
“No, questo no”.
Ha definito scontata la sentenza di giovedì, nonostante in primo grado il suo licenziamento era stato confermato. Insomma, in realtà l’esito era tutt’altro che prevedibile…
“Invece per me lo era, perché la prima sentenza è stata emessa a caldo e il giudice potrebbe non aver approfondito molte cose. Ma alla fine la verità emerge sempre. In questi anni Gigli, per gli stessi motivi per cui mi ha licenziata, mi ha anche denunciata penalmente. E mentre le denunce a mio carico sono state archiviate, lui è finito a giudizio con l’architetto Valentina Fraticelli”.
Pensa che la decisione del giudice del lavoro possa pesare anche sul processo penale?
“Non credo, perché in Italia civile e penale sono completamente separati. In realtà, se il civile va in un senso dovrebbe andare nello stesso anche il penale, o viceversa. Comunque sono già soddisfatta, perché la sentenza di giovedì ha stabilito che il mio licenziamento è stato aggressivo, violento e unilaterale. Perché non è stato comminato da un ufficio, ma da una sola persona. L’ex direttore, immagino sostenuto da politici che mi odiano, si è arrogato il diritto di farmi del male solo perché di un’altra ideologia. Quella nei miei confronti è stata un’inaudita aggressione, una ritorsione politica. Come sono stata trattata io in questa provincia, nessun altro è mai stato trattato in tutta Italia. Sono stata licenziata mentre ero ricoverata all’ospedale di Belcolle per una perforazione al colon. Ho rischiato di morire, ma l’ex direttore, non pago, mi ha anche denunciata per falsa malattia e quindi truffa ai danni dello stato. Gli inquirenti hanno indagato e il procedimento è stato archiviato, ma a breve denuncerò Gigli per calunnia. Gli chiederò anche i danni, perché tutti sapevano che ero in pericolo di vita. Quel periodo è stato duro, perché mentre rischiavo di morire sono stata licenziata e sbattuta sui giornali con titoli come ‘Birindelli malato immaginario'”.
Oltre all’immediato reintegro, il giudice del lavoro le ha riconosciuto anche un’indennità risarcitoria pari alle mensilità lorde che avrebbe dovuto percepire dal 2014 a oggi, oltre ai contributi previdenziali e assistenziali. Ma non il risarcimento dei danni morali come aveva chiesto. Perché?
“Non lo so, forse ha ritenuto fosse già risarcito con il riconoscimento dell’indennità delle buste paga di tutti e quattro gli anni. La cifra ovviamente non è irrisoria, e questo traguardo era per me inimmaginabile perché solitamente viene riconosciuto solo un anno. Il risultato è stato importante, ma mi dispiace che debba pagare l’Ater e non chi mi ha fatto tutto questo. Perché l’Ater è un’aziende pubblica, e le aziende pubbliche siamo noi cittadini”.
A quanto ammontava il risarcimento morale che aveva chiesto?
“Duecento, trecentomila euro. La cifra precisa non la ricordo, ma so che l’avevo chiesta perché il licenziamento l’ho sofferto davvero. Ma la mia non è mai stata una battaglia economica, seppur importante, ma soprattutto una questione di principio, perché nessun risarcimento mi potrà mai ridare quanto ho perso in questi anni”.
L’Ater può però impugnare la sentenza del giudice del lavoro…
“Impugnasse ciò che vuole. Nel frattempo, deve comunque dargli seguito”.
Birindelli, tornerà a lavorare all’Ater?
“E’ una domanda difficile, molto difficile, a cui non so rispondere. Devo pensarci bene, perché in questi anni la mia vita lavorativa, personale e familiare è stata distrutta, frantumata, e ricomporre i pezzi non è semplice. Viterbo è una provincia, e finire tutti i giorni sui giornali… licenziamento disciplinare… sembra chissà che ho fatto, chissà che pensa la gente. Poi ti devi rimettere in gioco, devi ricominciare da capo perché la tua professionalità è stata azzerata. Non puoi vincere i concorsi, e se li vinci alla fine non ti prendono. Ti devi reinventare e io mi sono reinventata, ma ora non so ancora cosa preferirei fare”.
Ma oggi sta lavorando?
“Sì, come libera professionista. Mi sono impegnata, mi sono data da fare e alla fine mi sono creata i miei spazi. Ho i miei clienti e sono contenta di quello che ho ottenuto, perché l’ho ottenuto con le sole mie forze. Senza l’aiuto di nessuno. Ma naturalmente lavoro meno rispetto a prima”.
Non è che in realtà teme di tornare all’Ater e trovare un ambiente lavorativo ostile?
“No, perché l’ente aveva un solo problema. Ed era Gigli. Il suo modo di amministrare non mi sembrava trasparente e proficuo, e così ho parlato. Ho denunciato un bilancio con 16milioni di euro di debiti. L’ho evidenziato e sono stata trattata come una delinquente”.
Sta dicendo che era diventata scomoda?
“Politicamente sì, perché quando sono diventata assessora regionale ho evidenziato tutte le problematiche dell’Ater che conoscevo. Ed erano tantissime. Lo dovevo fare, ma l’ho pagata. Ho pagato un prezzo altissimo, ma lo rifarei. E siccome sono convinta che non lo farebbero in tanti, credo che questa provincia mi debba essere grata”.
Lo rifarebbe? Nonostante già ne conosce le conseguenze?
“Sì, lo rifarei. Anche se non mi sarei mai immaginata di dover subire quello che ho subito. Fare l’assessora regionale non era per me una questione di vita o di morte. Ero una professionista prestata alla politica, e prima non avevo mai ricoperto altri incarichi”
E come le è arrivata la proposta di Renata Polverini, governatrice del Lazio dal 2010 al 2012?
“Attraverso gli esponenti locali di Forza Italia, nonostante non sia mai stata un’attivista del partito. Ma ho sempre militato nel centrodestra, anche perché sono la nipote dell’ammiraglio Gino Birindelli. Ma non ho mai voluto una carriera politica, non l’ho mai desiderata perché a me è sempre interessata solo la mia professione. All’inizio ero anche titubante, ma poi ho accettato la proposta. L’ho vista come un’opportunità importate e seria, l’ho presa come un lavoro. Ma non è piaciuta a tanti. Le mie denunce sull’Ater hanno dato fastidio, e una volta tornata all’ente sono stata vittima di una ritorsione politica. Mi ha sempre meravigliato il non essere stata difesa da nessuno, se non da pochissime persone che devo ringraziare. Anche dalle istituzioni mi sarei aspettata più rispetto, soprattutto da quelle regionali. C’è chi si è battuto per evidenziare che quella nei miei confronti era solo una cattiveria politica, come Francesco Storace. Storace non ha difeso un’amica, ma la verità. E oggi la verità è emersa, perché l’ha chiarita il giudice. Ma poteva essere chiarita già quattro anni fa”.
Chi si aspettava le stesse vicino ma invece le ha voltato le spalle?
“Mi sarei aspettata che l’amministrazione regionale di centrosinistra, quella attuale, arginasse la mattanza politica nei miei confronti. Ma non l’ha fatto. Io, da assessora regionale, l’avrei fatto. Non avrei mai permesso che ci si accanisse così su una persona, ingiustamente”.
Oggi ritornerebbe in politica?
“In prima persona assolutamente no”.
E in questi anni proposte ne ha avute?
“Ci sono state, ma ho preferito difendermi. Concentrarmi esclusivamente su questo. Sono stata così tanto attaccata che il mio unico obiettivo era ricostruire la mia immagine professionale e personale, e per fare questo è servito tantissimo impegno. Non ho cercato la vendetta, ma volevo far capire che la mia verità era la verità. Volevo far valere la mia professionalità, senza buttare all’aria anni di studi e la laurea. Per questo non me la sono sentita di impegnarmi in altro, e non me la sente nemmeno ora. Non mi candiderei, ma questo non vuol dire che non possa interessarmi alla politica in altri modi”.
Raffaele Strocchia



