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“Il dubbio è una grande ricchezza da coltivare”

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Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Walter Veltroni

Walter Veltroni

Raffaele Fusaro

Raffaele Fusaro

Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Walter Veltroni

Walter Veltroni

Filippo Rossi e Walter Veltroni

Filippo Rossi e Walter Veltroni

Viterbo - L'incontro con Veltroni al teatro Caffeina

Viterbo – L’incontro con Veltroni al teatro Caffeina

Raffaele Fusaro

Raffaele Fusaro

Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Filippo Rossi, Walter Veltroni e Raffaele Fusaro

Viterbo – (g.f.) – “Il dubbio è una grandissima ricchezza È una pianta da coltivare”. Walter Veltroni al teatro Caffeina con il suo ultimo libro “Quando”.

Politico di lungo corso, di politica, in modo diretto, specifico, non parla. A domanda particolare, la risposta è generale. Anche sul Pd. Se ne tiene a distanza.

Forse perché la politica, com’è oggi, incapace di comprendere il presente, poco l’appassiona. Non è un caso, se l’ultimo guizzo che ha intravisto non sia in Italia ed è declinato al passato.

“Non vedo da nessuna parte grandi proiezioni – spiega Veltroni – l’ultima è stato Barack Obama”. L’ex presidente Usa.

Il presente che sfugge alla politica, che è incapace d’analizzare quello che accade.

“Oggi l’analisi – ci ironizza l’ex sindaco di Roma – è scambiata con quella delle urine. Ho l’impressione che non ci sia proprio questa voglia d’analizzare e non solo in Italia. È un’incapacità di decifrare la realtà”.

Sul palco, Raffaele Fusaro legge alcuni brani, in platea in prima fila l’unico politico, Alessandro Mazzoli (Pd).

A intervistare Veltroni è Filippo Rossi. “Siamo pochi ma buoni”. Il suo saluto guardando la platea. Il lunedì sera e il tempo non proprio clemente hanno tenuto molti lontani dal teatro e dalla storia di Giovanni, il protagonista del libro. Un ragazzo colpito da uno striscione alla testa il 13 giugno 1984 al funerale di Enrico Berlinguer. Finisce in coma.

Dopo 33 anni si risveglia e deve decifrare la nuova realtà, riannodare i fili della sua storia con l’oggi. Chi ha visto il film Goodbye Lenin potrebbe trovare punti di contatto, ma in “Quando” al protagonista la realtà non viene nascosta. Al contrario.

Veltroni fa un elogio del dubbio. “Che è una grandissima ricchezza – spiega Veltroni – oggi viviamo di certezze inossidabili e di carta pesta. Scagliate contro l’altro, con un carico di odio che genera cose che abbiamo già conosciuto”.

Al protagonista il nuovo mondo piace. “Però non trova la passione – continua Veltroni – perché da un tempo di passione si risveglia in uno freddo, da un tempo che era collettivo è diventato un tempo solitario”. Dal noi all’io. Un periodo povero d’emozioni.

“Invece bisogna accendere le emozioni, che sono il contrario della paura. La politica si nutre di paura e non di emozioni.

Occorre togliere la parola io e mettere la parola noi. Semplice a dirsi, meno a farsi. Tutti parlano solo di se stessi, un qualcosa di asfissiante. Questo io progressivamente ha schiantato il noi”.

Ma in Veltroni non c’è nostalgia del passato. “Non ne ho – ammette Veltroni – all’epoca non c’era il divorzio, essere omosessuali era quasi un crimine, da nascondere. Sono stati atti grandi passi in avanti grazie alla politica. La nostra vita è cambiata”.

Anche se non sempre in meglio. “Viviamo un tempo di semplificazioni, l’intolleranza che torna, la paura dell’altro”.

Le paure. “Vere e fittizie rendono le persone più fragili ed esposte”. Eppure: “Ci sono tante ragioni per essere felici del tempo che viviamo, anche nelle sue contraddizioni”.


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