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Viterbo – Medicine romene vietate in Italia ma somministrate a pecore e agnelli, mettendo a rischio la salute degli ovini e pure degli umani.
Per questo motivo è finito sotto processo per maltrattamenti agli animali ed esercizio abusivo della professione veterinaria un allevatore di bestiame di Celleno.
Il processo è giunto al rush finale con la sfilata dei testi della difesa pronti a scagionare l’imputato. L’ultimo, sentito nei giorni scorsi dal giudice Silvia Mattei, è un veterinario che all’epoca dei fatti forniva la propria assistenza all’azienda. “Era tutto regolare”, ha detto il professionista, producendo le fatture che provano la costanza dei sopralluoghi da lui effettuati.
Era il 2013 quando ci fu il blitz dei carabinieri del Nas nell’azienda. Nell’allevamento furono sequestrati circa tre tonnellate di latte crudo e quindici confezioni tra antibiotici e antiparassitari. Per i militari del nucleo antisofisticazioni, l’imputato avrebbe somministrato agli ovini dei farmaci di provenienza romena, non autorizzati in Italia e non prescritti dal veterinario.
Ma l’allevamento avrebbe superato a pieni voti anche l’ispezione disposta dal ministero della salute, come provano i verbali dell’accertamento, depositati dal difensore Claudia Polacchi.
Tra i testimoni, lo scorso marzo, anche Piero Camilli, titolare di una società che macellava e vendeva le carni degli animali comprati dall’allevatore imputato, il quale ha escluso la presenza di antibiotici negli ovini e negli alimenti.
“Gli animali provenienti da quell’allevamento erano tracciati, ovvero sottoposti a rigidi controlli per accertare che non fossero stati usati medicinali – ha detto in aula l’imprenditore, patron della Viterbese, rispondendo all’avvocato difensore Claudia Polacchi – nessuna anomalia è mai stata riscontrata nelle carni che poi sono state macellate, altrimenti avrei dovuto interrompere i rapporti con l’allevatore e la sua azienda”.
Manca solo la sentenza, rinviata al 15 giugno 2018.
Silvana Cortignani


