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Viterbo – “Devo prendere il coltello?”. Tossicodipendente e alcolista, così avrebbe minacciato di morte i genitori che minacciavano di tagliargli i fondi.
Si tratta di un giovane, residente in un centro del comprensorio del lago di Bolsena, denunciato due volte nel giro di pochi giorni dal padre e dalla madre con l’obiettivo di salvargli la vita. Era l’inizio del 2016 e il processo per maltrattamenti in famiglia ha preso il via ieri davanti al giudice Elisabetta Massini che, prima di sentire le presunte vittime, ha voluto interrogare il comandante della locale stazione dei carabinieri per ricostruire la vicenda.
“La situazione era nota – ha spiegato il militare – ma senza la denuncia-querela avevamo le mani legate. Poi, a un certo punto, i genitori non ce l’hanno fatta più. Non sapendo che strada prendere per contenere il figlio, sempre più aggressivo e violento, sono venuti in caserma e lo hanno deunciato, non per infierire, ma per contenerlo”.
Sempre più minaccioso e offensivo, l’imputato sarebbe arrivato a schiaffeggiare la madre, prenderla a calci e minacciarla di morte con il padre. “Devo prendere il coltello?”, avrebbe detto rivolgendosi alla madre. E ancora: “Voglio 300 euro, dillo a quel coglione di tuo marito, altrimenti vi butto dalla finestra”.
Al centro le continue richieste di soldi: “Per alimentare i suoi vizi, dalle sigarette agli stupefacenti, di cui faceva uso da trent’anni, agli alcolici – ha spiegato il maresciallo – il padre, andando in pensione, nel 2010 gli aveva donato il bar di famiglia, con l’idea che l’affitto del locale potesse garantirgli una rendita. Quando ha visto come se ne andavano i soldi, però, e che il figlio era anche pieno di debiti, ha pensato a una revoca della donazione per salvarlo, con l’udienza civile fissata per la primavera del 2016. Una marcia indietro che avrebbe fatto scattare l’escalation di violenza”.
La lezione gli sarebbe servita. Una doccia fredda. “Subito dopo i fatti – ha proseguito il comandante, incalzato dal difensore Angelo Di Silvio – il giovane ha deciso volontariamente di entrare nella comunità San Crispino di Viterbo. Sono passati quasi due anni e sta sempre lì. Questa estate l’ho incontrato e l’ho trovato più sereno. E’ stato lui stesso a salutarmi, nonostante io sia in qualche modo il ‘nemico’. Ogni 15 giorni vede i genitori e ogni settimana incontra il figlio e la compagna. In paese non l’ho più visto frequentare cattive compagnie, sta sempre con il figlio ed è dedito alla famiglia”.
Tutte buone ragioni, secondo la difesa, per appurare se all’epoca dei fatti fosse in grado di intendere e di volere. “Faceva uso di stupefacenti da trent’anni e più di recente aveva cominciato a bere”, ha detto l’avvocato Di Silvio, chiedendo al tribunale di disporre una perizia medico-legale.
Il giudice Massini ha accolto la richiesta, subordinandola però all’ascolto dei genitori che, nel frattempo, quando il figlio è entrato in comunità per disintossicarsi, lo hanno perdonato rimettendo la querela, anche se il reato di maltrattamenti in famiglia è perseguibile d’ufficio.
Al difensore, che gli chiedeva un parere spassionato, il comandante della stazione ha risposto: “E’ una persona buona, che aveva preso una cattiva strada”.
Silvana Cortignani

