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Neonata morta dopo sette ore di agonia, superperizia al via

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L'avvocato Paolo Delle Monache

L’avvocato Paolo Delle Monache

 

L'avvocato Claudia Polacchi

L’avvocato Claudia Polacchi

Civitavecchia – (sil.co.) – Neonata morta dopo sette ore di agonia all’ospedale di Tarquinia, disposta superperizia.

Ieri mattina l’affidamento dell’incarico ai periti super partes nominati dal tribunale di Civitavecchia per cercare di chiarire una volta per tutte se la piccola Viola sarebbe potuta sopravvivere a quel cordone ombelicale stretto attorno al collo a causa del quale l’esito di una normalissima gravidanza si è trasformato in tragedia. 

La piccina, nata il 30 giugno 2012, era la figlia primogenita di una coppia di Vetralla che, successivamente, non è più riuscita ad avere figli. Il processo, giunto dopo cinque anni al rush finale lo scorso 22 settembre, ha subito un nuovo stop nel giorno della discussione, alla luce delle conclusioni contrastanti dei periti delle vare parti, tra cui i consulenti della famiglia, parte civile con gli avvocati Paolo Delle Monache e Claudia Polacchi. Imputati due ostetriche e due ginecologi. 

La superperizia è stata affidata al dottor Brunelli della Sapienza di Roma e al medico legale Rinaldi. La perizia d’ufficio, super partes, che dovrebbe chiarire una volta per tutte se quella morte si poteva evitare e se ci sono responsabilità da parte dei sanitari. I due medici saranno sentiti in aula il prossimo febbraio. 

Secondo la difesa, sarebbe morta per colpa del fato e non per colpa di ostetriche e ginecologi la piccola Viola, figlia primogenita di una coppia di Vetralla nata all’ospedale di Tarquinia il 30 giugno 2012 e deceduta dopo sette ore di agonia. I genitori, dopo la tragedia, non sono riusciti ad avere altri figli. 

Secondo l’accusa sarebbero dovuti intervenire prima con un cesareo, invece di estrarre la piccina con la ventosa all’ultimo momento, con il cordone ombelicale stretto attorno al collo. Imputati sono i due medici e le due ostetriche di turno il giorno della tragedia. Se avessero visto i segni di sofferenza fetale, Viola avrebbe potuto essere ancora viva.

Non la pensano così i consulenti della difesa, secondo i quali quello che è successo era del tutto imprevedibile e la morte della neonata non è colpa degli imputati. Nessuna scorretta interpretazione del tracciato. La morte della piccina, secondo gli esperti, sarebbe da ricollegare al fatto che la neonata, al momento dell’espulsione, ha aspirato liquido amniotico frammisto a meconio, il cui passaggio nelle vie aeree avrebbe provocato i problemi che hanno comportato il decesso di Viola.  Un evento del tutto imprevedibile.

Per l’ostetrica della mamma, nonostante la donna avesse 41 anni, i controlli dicevano che era tutto a posto. Analisi in regola, ecografie lo stesso. Mamma e bimba – alla vigilia del termine della gestazione – godevano entrambe di ottima salute. Una gravidanza normale che, sulla carta, si avviava a concludersi con un parto naturale.


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