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“Una violenta lite, poi non li ho più visti…”

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Viterbo - Delitto di via Santa Lucia

Viterbo – Delitto di via Santa Lucia

Viterbo - Delitto di Santa Lucia - I rilevi della polizia scientifica

Viterbo – Delitto di via Santa Lucia – I rilevi della polizia scientifica

Sanremo - Delitto di via Santa Lucia - Il fermo di Ermanno Fieno

Sanremo – Delitto di via Santa Lucia – Il fermo di Ermanno Fieno

Viterbo - Via Santa Lucia - La polizia sul posto - Si ipotizza il duplice omicidio

Viterbo – Delitto di via Santa Lucia – La polizia

Viterbo - Duplice omicidio in via Santa Lucia - L'intervento dei vigili del fuoco

Viterbo – Delitto di via Santa Lucia – L’intervento dei vigili del fuoco

Viterbo - Delitto di via Santa Lucia - I familiari dei coniugi Fieno

Viterbo – Delitto di via Santa Lucia – I familiari dei coniugi Fieno

Viterbo – E se i coniugi Fieno fossero morti una settimana prima del ritrovamento? Un vicino di casa, un residente di quella palazzina al civico 26 di via santa Lucia, avrebbe detto agli inquirenti di aver “sentito tra il 7 e l’8 dicembre una violenta lite” provenire dall’appartamento del presunto delitto. Urla, tante. Ma non sarebbe riuscito a capire né il perché della discussione né a distinguere le voci. Forse quelle di Ermanno, della mamma Rosa Rita Franceschini e del papà Gianfranco Fieno? O solo quelle di Ermanno e della madre, dopo la morte (per cause naturali) del padre? Fatto sta che, dopo quella lite, il vicino non avrebbe “più visto” i coniugi Fieno.


Multimedia: video: Le testimonianze dei viciniLa polizia al lavoro – Trovati morti in casa – Foto: L’arresto di Ermanno Fieno – Delitto di Santa Lucia, la polizia al lavoro – Tragedia in via Santa Lucia – Coppia uccisa in casa


Il presunto omicidio, o duplice, potrebbe essere avvenuto in quei giorni? Quindi quasi una settimana prima il ritrovamento dei cadaveri, avvenuto la sera del 13 dicembre? Domande a cui solo gli esiti delle autopsie potranno dare una risposta. Ma il medico legale si è preso sessanta giorni per sciogliere i dubbi, tra cui le cause del decesso. Soprattuto quelle di Gianfranco (ottantatré anni), sul cui corpo non sarebbero stati trovati segni di violenza. A differenza di Rosa Rita (71), che aveva il cranio fracassato. Morta dopo essere stata ripetutamente colpita alla testa con un attizzatoio per camini, mentre era di spalle.

A questi interrogativi può dare una risposta anche Ermanno, che alle 10 sarà davanti al gip nel carcere di Imperia, dove è rinchiuso da tre giorni. Affiancato dai suoi difensori, gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini, può fare scena muta (come già successo sabato davanti al pm) o rispondere alle domande del giudice. Può rilasciare spontanee dichiarazioni fornendo la sua versione dei fatti. All’esito dell’udienza, il magistrato emetterà la misura cautelare. Probabilmente la custodia in carcere. Perché formalmente Ermanno non è ancora in stato d’arresto ma di fermo, dopo l’ordinanza della procura di Viterbo emessa perché “sussistono elementi che fanno ritenere fondato il pericolo di fuga”. Sempre questa mattina l’avvocato Domenico Gorziglia, nel collegio difensivo, incontrerà i magistrati inquirenti, la pm Chiara Capezzuto e il procuratore Paolo Auriemma, per capire a che punto sono le indagini, condotte dalla squadra mobile.

Indagini scattate pochi minuti dopo le 21 di mercoledì, quando Gianfranco e Rosa Rita vengono trovati morti in casa. Lui disteso sul letto, con un vestito nero addosso e le scarpe ai piedi. Le mani incrociate sul petto, e il corpo in decomposizione. Lei ai suoi piedi, a terra, con la testa appoggiata su un plaid ripiegato più volte. Entrambi avvolti in delle pellicole da imballaggio, tenute insieme da dello scotch da pacchi. Rosa Rita, secondo gli investigatori, aiutati anche dal luminol, sarebbe stata uccisa in cucina. Lì sarebbero state trovate la maggior parte di tracce ematiche. Quelle sulle piastrelle visibili anche a occhio nudo. Il cadavere è poi stato spostato nella camera matrimoniale. Sollevato e non trascinato, perché macchie di sangue non sarebbero state rinvenute nel corridoio.

A lanciare per primo l’allarme è il vicino che tra il 7 e l’8 dicembre avrebbe sentito la violenta lite provenire dall’appartamento. Si rende conto che i coniugi Fieno non si vedono più da giorni. A differenza di Ermanno, il figlio 44enne che viveva con loro, notato nel quartiere fino a qualche ore prima il ritrovamento dei cadaveri. È Sandro, il fratello dell’ottantatreenne, il primo a essere allertato. Chiama poi Anna Maria, la nipote, che a sua volta contatta Ermanno. Sono le 20,30 di mercoledì, e lui è fuori casa. “Non riesco a parlare con mamma e papà, dove sono?”. “Ricoverati in una clinica per anziani, a Roma”. “Ma che stai dicendo? Se non mi spieghi chiamo la polizia…”. Ma Ermanno riaggancia, e si precipita nell’appartamento dei genitori. Quando arriva, Anna Maria è già lì. Non riesce a entrare in casa. Come non riesce a entrare Luciano, l’altro fratello. La serratura è stata cambiata. Chiamano i vigili del fuoco, ed è al loro arrivo che il 44enne, rimasto nascosto, inizia la sua fuga.

Un fuga durata 36 ore. La polizia di frontiera di Ventimiglia lo ha fermato venerdì mattina, trovandolo con 750 euro in contanti, una carta bancomat intestata al padre, uno zainetto, camicie e calzini appena acquistati, e un biglietto del treno per Mentone, in Francia. Nessuna traccia invece del telefono cellulare, che è sempre risultato spento e di cui molto probabilmente se ne è disfatto. La polizia lo ha cercato ovunque, con i cani molecolari e anche in un albergo di Viterbo, dove Ermanno avrebbe soggiornato fino al 7 dicembre. Fino alla “violenta lite” di cui il vicino ha parlato agli inquirenti.

Alle 10,30 nella chiesa di santa Maria del Paradiso i funerali dei coniugi Fieno.

Raffaele Strocchia


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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