Viterbo – (s.c.) – C’era una volta il “forno della Caterina” in via Ottusa a Viterbo.
Un un vicolo corto e stretto dove, sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso, le casalinghe portavano i loro testi pieni di patate o di pomodori con riso o, per chi se lo poteva permettere, di carne d’agnello.
Questo il ricordo di Maria Rita Santoni, classe 1938, insegnante con una grande passione per la scrittura, che “a quei tempi” viveva in via Principe Umberto, oggi via Cardinal La Fontaine, e aveva un’età di circa dieci anni.
Via Ottusa era una traversa di quest’ultima, all’altezza di Via Annio, un vicolo corto e stretto fra i molti che si aprivano in quella strada, ma di gran lunga il più profumato del quartiere per i dolci e gli arrosti cotti nel forno dalla signora Caterina.
“La fornaia Caterina stava dietro il bancone, riceveva i testi e, appena poteva, apriva l’imboccatura del forno e con una lunga pala, toglieva quelli già pronti e infornava gli altri che si dovevano cuocere. Io guardavo la bocca spalancata del forno, incandescente, – racconta Maria Rita Santoni – da cui usciva un profumo intenso e buono di pane, di dolci, di cibi cotti a dovere. Quando consegnavo il mio testo, la Caterina mi faceva un mezzo sorriso e mi avvertiva a voce alta: “Ritaré, vieni a ritirare il testo fra un’oretta”.
Ritaré stava per Ritarella, il mio diminutivo. La Caterina conosceva tutti per nome. Io mi sedevo su una panca e la osservavo. Era sempre accaldata e il suo faccione era rosso e lucido, come doveva essere quello di una fornaia che si rispetti.
Un grembiule le riparava il vestito e uno strofinaccio, nero come il suo forno, se lo passava veloce da una mano all’altra, più per abitudine che per necessità di pulirsi.
Le donne che aspettavano il loro turno sedevano tutte lì intorno al forno, ad aspettare i loro testi, senza fretta, con i grembiuli un po’ sollevati da un lato e parlavano e parlavano, ma non come si fa adesso. Discutevano lentamente, a volte ridevano, e si davano del “voi”.
Poi si alzavano e, fingendo di aver fatto tardi, se ne andavano, salutando a destra e a manca. A me piaceva moltissimo il forno – continua Maria Rita Santoni – perché lì si stava caldi e protetti, tra l’odore buono di farina e quello dei cibi cotti profumati, tra cose e persone conosciute, dove non poteva accadere nulla che non fosse prevedibile, dove i gesti erano certi e rituali, come quelli del prete sull’altare. Sul finire degli anni Settanta, per caso, sono passata nel vicolo del forno.
C’era un’insegna di lettere convulse, una pizzeria, grande, colorata, lucida e asettica, che oggi forse non c’è più. Ai tavoli alcuni ragazzi che gridavano per farsi sentire dai loro amici e superare il suono assordante dello stereo a tutto volume.
Loro non si sono accorti di niente ma io, in un lampo, ho visto, dovete credermi, il faccione rosso della Caterina, lì, proprio in mezzo a loro, che si dondolava lentamente, chiedendo senza voce: “E la mia pala? Ragazzi dov’è finita la mia pala?”.


