Canino – “Giuseppe Patania partì dalla Calabria e raggiunse la zona di Viterbo per contattare, prelevare e accompagnare il gruppo di fuoco all’appuntamento con i mandati durante il quale, grazie all’essenziale intermediazione di Patania, venne raggiunto l’accordo per l’uccisione di un uomo sgradito ai Fossari”. Lo scrive la Cassazione nella sentenza che conferma i dieci anni di reclusione inflitti dai giudici di secondo grado a Salvatore Callea e Giuseppe Patania. Erano accusati del tentato omicidio di Rocco Francesco Ieranò, risalente al 25 luglio 2012 a Cinquefrondi.
“La corte d’assise d’appello di Reggio Calabria – scrivono i magistrati della suprema corte – ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Palmi del 24 marzo 2015, assolvendo Sebastiano Malavenda dai reati di concorso in tentato omicidio aggravato ai danni di Rocco Francesco Ieranò, di porto illegale di arma e ricettazione”. In secondo grado è invece stata “confermata la responsabilità penale di Salvatore Callea e Giuseppe Patania in relazione al concorso in tentato omicidio aggravato, con l’esclusione dei fatti antecedenti il 25 luglio 2012”. La corte d’assise d’appello ha però “ridotto per entrambi la pena a dieci anni di reclusione”.
Prima del tentato omicidio, avvenuto il 25 luglio 2012, Ieranò sarebbe “stato gravemente ferito da numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da Vasvi Beluli, supportato logisticamente da Salvatore Callea”.
Beluli, insieme ad Arben Ibrahimi, Mauro Uras e lo stesso Callea (che vivevano tutti a Canino) sarebbero stati “incaricati di uccidere Ieranò. Individuati, tramite Callea, da Giuseppe Patania e su mandato dei fratelli Fossari, che intendevano vendicare la morte del proprio fratello Francesco (ucciso il 2 agosto 2011 da Ieranò, poi divenuto collaboratore di giustizia), si erano recati varie volte in Calabria per portare a termine l’omicidio su commissione. Prima per concordare il prezzo (20mila euro), poi per individuare la vittima e provare le armi messe a disposizione dai mandanti. Ancora, per essere pronti all’azione (non compiuta per l’impossibilità di reperire la vittima) e infine con la sostituzione di Malavenda a Ibrahimi (arresto per altra causa) per l’aggressione violenta del 25 luglio 2012. E, in ultima istanza, per portare a termine l’omicidio mentre la vittima si trovava ricoverata in ospedale (non riuscendovi)”.
Ibrahimi, divenuto collaboratore di giustizia come Beluli, è stato “assolto insieme a Uras perché le condotte poste in essere prima del 25 luglio 2012 non hanno superato la soglia del tentativo punibile. Mentre Beluli – spiega la suprema corte – ha partecipato alle attività preparatorie e anche all’azione di fuoco del 25 luglio 2012, Ibrahimi ha partecipato solo alle prime fasi organizzative”.
In Cassazione è ricorso anche il procuratore generale della corte d’appello di Reggio Calabria , perché in secondo grado Malavenda è stato “assolto (per non aver commesso il fatto, ndr) poiché per la corte è stato raggiunto solo dalla chiamata di Beluli, essendo da questi indicato quale conducente del motociclo utilizzato per la sparatoria del 25 luglio 2012, e risultando estraneo alle precedenti fasi in quanto intervenuto solo per comporre il commando nell’estate del 2012”.
In appello è stata invece “confermata la responsabilità di Callea e Patania, per aver entrambi partecipato agli aspetti organizzativi e di intermediazione con i mandanti per quanto riguarda l’episodio del 25 luGlio 2012. Episodio a cui Callea ha anche direttamente partecipato”. I due sono ricorsi per Cassazione.
La suprema corte ha però giudicato “infondati” i tre ricorsi. Quello del procuratore della corte d’appello di Reggio Calabria e di Callea e Patania, facendo diventare definitive la condanna a dieci anni inflitta ai due dai giudici di secondo grado.

