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Lavoratori sfruttati, sequestri da mezzo milione di euro

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Antonino Costa

Antonino Costa

Emanuele Pietro Costa

Emanuele Pietro Costa

Tarquinia - L'azienda metalmeccanica in cui i lavoratori sarebbero stati sfruttati

Tarquinia – L’azienda metalmeccanica in cui i lavoratori sarebbero stati sfruttati

Tarquinia - La Guardia di finanza nell'azienda metalmeccanica in cui i lavoratori sarebbero stati sfruttati

Tarquinia – La Guardia di finanza nell’azienda metalmeccanica in cui i lavoratori sarebbero stati sfruttati

Tarquinia – È al giro di boa l’inchiesta della procura di Civitavecchia che ha coinvolto i titolari dell’azienda metalmeccanica di Tarquinia, accusati di aver sfruttato i loro operai. Il sostituto procuratore Alessandra D’Amore, che sta coordinando le indagini affidate alla Guardia di finanza, a breve dovrebbe notificare l’avviso di conclusione delle indagini ad Antonino e a Emanuele Pietro Costa, a Talita Volpini, a Paola Piselli e ad Adriano Massella.

Intanto le fiamme gialle del capitano Antonio Petti nei giorni scorsi, su mandato del gip di Civitavecchia che ha accolto le richieste della procura, hanno eseguito quattro misure patrimoniali mettendo i sigilli ad altrettanti appartamenti nel comune di Tarquinia. Valore complessivo, 500mila euro. I sequestri scaturiscono perché, secondo l’accusa, il profitto dei reati perpetrati dagli indagati supererebbe il milione di euro mentre il mancato versamento dei contributi ammonterebbe a 140mila euro.

Emanuele Pietro Costa e il papà Antonino, la moglie Talita Volpini e Paola Piselli sono stati arrestati dalla Guardia di finanza all’alba del primo ottobre. Padre e figlio, 63 anni il primo e 32 il secondo, sono prima finiti in carcere e poi ai domiciliari, dopo che il gip ha accolto le richieste dei difensori. E recluse in casa sono anche Volpini e Piselli, 32 e 54 anni. La procura gli contesta, a vario titolo, i reati di estorsione, caporalato, sfruttamento del lavoro, minacce, sequestro di persona e truffa ai danni dell’Inps.

I finanzieri stanno indagando su quello che definiscono “un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai”. Oltre settanta operai di un’azienda metalmeccanica di Tarquinia per nove anni avrebbero dovuto accettare tutte le condizioni che i titolari, minacciandoli di ripercussioni e licenziamenti, gli imponevano. Niente ferie, niente malattia retribuita, niente tredicesima. Gli straordinari? Perlopiù non pagati. Eppure quella “misera retribuzione” non potevano permettersi di perderla: “Circa 3,90 euro all’ora – spiegano i finanzieri -. Due euro all’ora, invece, per gli straordinari. Se venivano pagati…”.

Seppur con un contratto part time di quattro ore, la Guardia di finanza ha accertato che gli operai lavoravano comunque otto, dieci ore al giorno. “Inoltre – fanno sapere le fiamme gialle -, erano stati obbligati a sottoscrivere anche lettere di licenziamento in bianco”. Sarebbero state trovate nello studio del consulente del lavoro che, secondo i finanzieri , avrebbe “suggerito ai titolari dell’azienda le manovre fraudolente”. Adriano Massella, ragioniere 39enne di Tarquinia, è stato sottoposto all’obbligo di firma. Oltre a essere interdetto per un anno dall’esercizio della professione.

Tra i reati contestati c’è anche il sequestro di persona. Tra gli arrestati ci sarebbe stato chi, con l’inganno, avrebbe portato un’operaia in un casolare isolato in campagna. Qui sarebbe stata minacciata per ore, affinché non rivelasse ai finanzieri quanto accadeva in azienda. Poi la truffa ai danni dell’Inps. “Ogni due, tre anni – spiegano i finanzieri – i lavoratori venivano licenziati da un’azienda e assunti da un’altra, comunque riconducibile e gestita dagli arrestati”.


Il video del blitz dei finanzieri nell’azienda metalmeccanica



Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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