Viterbo – Almeno queste funzionavano già prima dell’era Renzi che ne ha parlato ai suoi congregati come una scoperta. Sono le cosiddette fake news: “bufale” quando innocue e “calunnie” quando la competizione si fa dura. In sostanza, quelle che l’art.368 del codice penale, scritto dal governo Mussolini molto prima che intervenissero Minniti e Gabrielli, punisce fino a sei anni di galera, salvo aggravanti.
La propalazione di notizie false e calunniose è cosa antica e risale forse ai tempi del paradiso terrestre, quando il Principe delle tenebre per vincere su Dio convinse Eva che questi le proibiva una certa mela perché, mangiandola, sarebbe diventata onnisciente come lui.
Da allora, quando c’è gara, competizione, il venticello della calunnia spira sempre e “s’insinua piano piano fra la gente e i cervelli fa stordir”, come cantano nel Barbiere di Siviglia. Figuriamoci, perciò, quando la competizione è per il potere, le candidature, le liste. Solita roba da campagna elettorale.
Serena, la figlia di Andreotti, ha dato da poco alle stampe una raccolta di inediti del padre e tra essi il racconto di quel che successe quando morì l’onorevole Pisani e i dieci maggiorenti della sua Democrazia, per esser sicuri che fosse davvero trapassato, lo portarono a spalla al cimitero per poi, già fuori del sacro recinto, dividersene le spoglie cioè pretenderne il seggio a Montecitorio. Come? Denigrando calunniosamente ognuno gli altri nove.
Così girò voce che l’ing.Tabarrini non pagava i contributi agli operai, l’architetto Radessi “non disdegnava le bustarelle, salvo che fossero di contenuto troppo esiguo”. Il cav. Zoppini tradiva moglie e amante, il maestro Guerrini aveva falsificato le carte del concorso magistrale e il dottor Saltini aveva fatto i sodi con la borsa nera. L’avv. Rossetti invece si faceva pagare anche da quelli contro cui doveva agire in causa, mentre l’artigiano Bellezza licenziava gli apprendisti il giorno prima della fine del periodo di prova, il perito Antonelli faceva perizie false per l’assicurazione e il commerciante Vitrone rubava da quarant’anni sul peso. Ce ne fu pure per il coltivatore diretto Galliani che nei campi allungava le mani sulle lavoratrici stagionali.
I giornali amici e nemici pensavano ad amplificare e decorare le calunnie, cosicchè alla fine ognuno dei pretendenti al seggio si trovò censurato – avvisato per garanzia si direbbe oggi – e il partito candidò un certo Labelli, direttore d’orchestra pensionato che mai si era interessato di politica e di fake news.
Venne eletto e, scherzi della sorte, si trovò a partecipare ai funerali di alcuni dei “calunniatori” di cui sopra. Ma si guardò bene dal portarli a spalla. Un po’ per l’età, ma soprattutto per scaramanzia.
Renzo Trappolini
