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Riciclaggio milionario, una coppia di Faleria tra gli arrestati

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Carabinieri

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Faleria – C’è anche una coppia di coniugi 50enni di Faleria tra i venticinque indagati dalla Dda di Roma per un presunto riciclaggio da 18 milioni di euro di denaro sporco della comunità cinese. I due viterbesi sono da ieri agli arresti domiciliari. “Sono accusati – spiegano i carabinieri del nucleo investigativo della Capitale – di riciclaggio ed emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, in quanto come prestanome risultavano essere gli amministratori delle ditte che avrebbero effettuato le operazione di riciclaggio”.

Ieri i carabinieri del nucleo investigativo di Roma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip della Capitale su richiesta della Dda nei confronti di 25 persone: 12 sono finiti in carcere, 8 ai domiciliari e 5 sono stati destinatari della misura dell’obbligo di dimora nonché del divieto di esercitare attività di impresa per un anno. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di riciclaggio aggravato dalla transnazionalità, autoriciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti.

La maxioperazione scaturisce da un’indagine dei carabinieri di Roma, chiamata Jolly, che ha consentito di acquisire indizi di colpevolezza in ordine all’esistenza di due gruppi criminali dediti permanentemente al riciclaggio, anche transnazionale, facenti capo rispettivamente “a un imprenditore romano di 54anni – spiegano in militari in una nota -operante nel settore del commercio d’auto, con precedenti, già in passato arrestato per operazioni di riciclaggio effettuate a favore di Enrico Nicoletti, e un imprenditore romano 31enne, incensurato, operante nel mondo del lavoro interinale e nel settore immobiliare. Il secondo era retto da un 33enne di Guidonia Montecelio (Roma), con precedenti per reati in materia di sostanze stupefacenti”.

In particolare, i primi due avrebbero costituito un sodalizio dedito al riciclaggio e finalizzato a immettere nel circuito economico legale capitale illecito per circa 15 milioni di euro, derivante dall’illecita raccolta del risparmio effettuata, in provincia di Milano, da cittadini cinesi. Il denaro contante sarebbe stato sostituito, mediante l’utilizzo di numerose persone giuridiche operanti prevalentemente nel settore terziario, facenti capo ai presunti complici, finiti in manette, dei due imprenditori. Questi ultimi avrebbero effettuato bonifici bancari in relazione a fatture per operazioni inesistenti emesse da società riconducibili ai vertici del gruppo criminale che a loro volta trasferivano il denaro sui conti correnti di una società inglese, con sede a Londra, controllata da prestanome dei cittadini cinesi che rientravano così, allìestero, in possesso del denaro “ripulito”.

L’imprenditore di Guidonia Montecelio avrebbe costituito, invece, un sodalizio dedito al riciclaggio finalizzato a immettere nel circuito economico legale, capitale illecito per circa 3 milioni di euro, proveniente dalle sue attività connesse al traffico di sostanze stupefacenti sul territorio capitolino. Il denaro contante sarebbe stato sostituito mediante l’utilizzo di numerose società operanti prevalentemente nel settore caseario e della distribuzione alimentare, che effettuavano bonifici bancari in relazione a fatture per operazioni inesistenti emesse da società riconducibili all’imprenditore stesso da cui il denaro proveniva.

L’indagine è uno stralcio di un’altra attività investigativa, condotta sempre dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, riguardante le ipotesi di riciclaggio e fittizia intestazione di beni, aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso, a carico di un commercialista, originario di Napoli ma da anni residente a Roma, permanentemente a disposizione di esponenti di organizzazioni criminali di tipo camorristico operanti su scala nazionale, favorendone le attività di riciclaggio e reimpiego dei capitali illeciti, arrestato il 16 novembre 2015 per diversi episodi di trasferimento fraudolento di beni e valori, aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso.

Il nome dell’indagine Jolly deriva dal fatto che gli indagati avrebbero costituito queste due centrali di riciclaggio che erano a disposizione di chiunque volesse “ripulire” denaro di illecita provenienza. Le società che si sarebbero prestate a effettuare, dopo aver ricevuto il denaro contante da riciclare, i bonifici bancari a fronte di fatture per operazioni inesistenti, avrebbero tratto il vantaggio di portare in contabilità spese e uscite in realtà inesistenti, abbattendo quindi gli utili su cui pagare le tasse. I vertici dei due gruppi criminali avrebbero guadagnato invece il 4% del denaro riciclato.

I presunti reati di natura fiscale e le operazioni di riciclaggio, avvenute tramite l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e le manovre di riciclaggio realizzatesi mediante l’immissione di liquidità nei bilanci delle società, sono stati accertati dai carabinieri di via In Selci grazie alla collaborazione con il personale dell’agenzia delle entrate-ufficio antifrode Lazio.


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