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“Ho sempre lavorato col cuore perché era una missione…”

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Roberto Furano in postazione al 118

Roberto Furano in postazione al 118

Roberto Furano in servizio coi colleghi Massimo Grani, Domenico Modesti e Roberto Catasca

Roberto Furano in servizio coi colleghi Massimo Grani, Domenico Modesti e Roberto Catasca

 
Roberto Furano

Roberto Furano

Roberto Furano

Roberto Furano

Bomarzo – Un uomo al servizio degli altri, sempre pronto a dare un mano. Risoluto. Concreto. Uno di quelli per cui non c’è mai da disperarsi perché alla fine una soluzione si trova.

Roberto Furano, 64 anni di cui 42 dedicati alla sua professione di infermiere professionale al 118, è tutto questo. Passione e altruismo. Dedizione e impegno. Ha avuto la fortuna di fare il lavoro che amava e lo ha portato avanti con determinazione e tanto cuore. Ed è questo che lo ha reso, agli occhi dei colleghi, una colonna, ma anche un punto di riferimento e una fonte di insegnamenti.

Dal primo febbraio andrà in pensione e non nasconde un po’ di dispiacere perché sente di avere ancora molto da dare. La sua professione gli rimarrà sulla pelle e nel cuore. Lui che ha fatto del servizio per gli altri una missione da portare a termine fino alla fine.

“E’ una professione che mi ha fatto crescere – racconta Furano -. Ho iniziato nel ’77 e ho fatto 25 anni nel pronto soccorso di Ronciglione. Ho sempre avuto un’attitudine nel dare agli altri e non mi sono mai tirato indietro anche perché ho sempre pensato di essere io a trarne vantaggio, per la bella sensazione che si ha nell’aiutare.

E’ nato tutto per caso, quando un giorno alla pretura di Ronciglione ho visto il bando per fare l’infermiere e ho fatto domanda. Da qui è iniziato il mio viaggio.

Il pomeriggio andavo a scuola, mentre la mattina, alle 4, stavo al mattatoio a Valle Faul a scaricare i quarti di bue da mettere poi sui camion. Studiavo e mi mantenevo per realizzare la mia passione.

Questa professione, infatti, è la parte più importante della mia vita. L’ho fatta sempre con attaccamento, immedesimandomi nelle situazioni che ho affrontato”.

Difficile dunque ricordare il primo intervento. “Sono tanti anni e la lista è lunga, ognuno poi mi ha lasciato qualcosa. Sono stato il primo infermiere inserito nel pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna di Ronciglione che prima non c’era: 25 anni vissuti in prima linea visto che non era come oggi e il paziente lo seguivi passo passo e ci stavi a stretto contatto”.

In servizio di giorno, di notte e anche per dodici ore consecutive. Ma sempre con la voglia di fare. “Non c’è stato mai sacrificio e ho fatto tantissime esperienze. Anche gli orari non mi hanno mai pesato, perché quando una professione la fai col cuore, ogni cosa passa in secondo piano. Ho dato il massimo e questo ripaga più dello stipendio a fine mese, che è certamente indispensabile. La gente si rende conto di quello che fai e di come lo fai. Sono contento per quello che sono riuscito a trasmettere in questi anni. E adesso – continua Furano -, anche se vado in pensione, ho una carica dentro che non si esaurisce. In me c’è una sensazione bella che vorrei provassero i giovani che si avvicinano a questa professione. Ho provato grandi soddisfazioni e sofferenze, ma ho fatto tutto con il cuore perché questo lavoro mi piace e anche adesso a parlarne, mi emoziono”.

Furano nel suo percorso ha incontrato colleghi con cui sono nati legami di amicizia indissolubili. “Il 118 è una seconda famiglia, ho passato qui dentro 42 anni, quindi più della metà della mia vita vissuta. Ho tanti colleghi che sono diventati amici forse per il mio modo di pormi e lavorare”.

Sorride quando pensa al soprannome che gli hanno dato, ‘il babbo’, e non per i suoi tanti anni di servizio, ma perché, per tutti, Roberto è quello che riesce a trovare una soluzione. Sempre e senza mai perdersi d’animo. “Mi piace tranquillizzare, unire e plasmare senza creare allarmismi. In un lavoro come il nostro, certe condizioni sono fondamentali per avere un équipe collaudata e coesa con cui poter dare il massimo a chi ha bisogno nel momento in cui ci chiamano.

I miei colleghi dicono che per loro sono stato un punto di riferimento… io non me ne accorgo perché mi viene naturale, ma sentirlo mi rende molto felice. Sono orgoglioso di aver lavorato con molti di loro”.

Furano assicura che non smetterà di porsi al servizio degli altri. “Negli anni ho fatto anche il sindaco, adesso organizzo il palio al mio paese e sono priore. Questo per dire che la mia indole è quella di lavorare in prima linea con e per gli altri e anche se il primo febbraio si chiude la parentesi professionale resterò sempre al dentro di questo mondo, rendendomi disponibile per chiunque voglia un consiglio o un aiuto”.

Ammette che l’ambulanza e l’automedica gli mancheranno. “Pur potendo stare in ospedale, ho preferito andare sul campo. E anche adesso, a 64 anni, se avessi potuto lavorare ancora, lo avrei fatto sempre in prima linea e non seduto dietro una scrivania perché non è nella mia natura. Stare sull’ambulanza mi piace. Mi piace l’emergenza ed è bello stare a contatto col paziente che poi diventa amico, ti accolli la sua patologia e anche i problemi famigliari intorno per seguirlo al meglio. Così ho capito che questa era la strada che dovevo seguire. La mia strada.

Mi dispiace ‘staccare la spina’ pur consapevole che continuerò a dare una mano agli altri con l’esperienza accumulata negli anni. Non voglio sentirmi rottamato, perché ho ancora voglia di fare. Userò queste energie in qualche modo, perché è una passione che voglio trasmettere. E’ amore per gli altri. Una missione. Qualcosa che non si fa per lo stipendio, perché così verrebbe solo male, ma perché la senti dentro. Questa sensazione è il punto di partenza necessario che poi va arricchito con corsi e master. Ma tutto deve prima venire dal cuore. Da dentro. La devi provare sulla pelle”.

E nella sua lunga carriera Furano non si è fatto mancare nulla, mettendosi a disposizione per qualsiasi sfida. Il suo volto, la voce e il cuore manterranno vivo ogni singolo istante. “Sarà un problema quando vedrò ambulanze, automediche o elicotteri in giro – scherza Furano -. Ho avuto la fortuna di fare diverse esperienze: sono tecnico audiometrista, che facevo al di fuori dell’orario di servizio del pronto soccorso, poi ho fatto l’assistenza domiciliare, curavo il Sert di Ronciglione e, per tre anni, di notte, ho amministrato la farmacia interna dell’ospedale di Belcolle, mentre di giorno lavoravo. Un percorso difficile da ripetere, perché ho davvero abbracciato tutto e tutto mi mancherà tremendamente. Finisce una parentesi di vita per me molto importante che porterò con me”.

Dice ottimista, da chi vede sempre il bicchiere mezzo pieno: “Chiusa una porta, si apre un portone, specie per chi, come me, ha voglia di fare e di dare agli altri. A volte, in questi anni, ho sentito la fatica, un peso che non era fisico, ma mentale perché mi capitava di calarmi in certe situazioni, facendomi carico delle sofferenze altrui. Questo lavoro è stato un bellissimo viaggio che mi ha arricchito, e non intendo economicamente ma soprattutto a livello umano. Ho capito che il valore della vita non è basato sul consumismo, sui soldi o le belle macchine. Ci sono valori e rapporti che vanno al di là di tutto”.

Ogni giorno resta impresso nella mente. “Non c’è una cosa che ricorderò meglio a un’altra: tutto per me ha avuto la stessa importanza, a partire dagli arresti cardiaci che vengono ripresi col paziente sotto di te che riapre gli occhi. O come quando riesci a portare un paziente in fin di vita dalla macchina all’ospedale che ancora respira e poi dopo qualche anno lo ritrovi in giro che si ricorda di te e di quello che hai fatto e ti ringrazia. Un fatto che può sembrare normale, ma che in realtà è speciale perché ti fa capire che a quella persona si è ridata un’opportunità di riniziare la vita. E te lo porti dietro. O ancora come quando ho aiutato insieme a dei colleghi a far partorire donne in casa o nell’ambulanza evitando tutti i rischi del caso”.

Al 118, comunque, continueranno a sentir pronunciare questo cognome, visto che la sua eredità passa nelle mani della giovane figlia Sara che ha deciso di seguire le orme del papà. “Lei è sicuramente più brava di me. Ha scelto da sola cosa fare e né io, né mia moglie, che è anche lei infermiera, l’abbiamo forzata. Abbiamo provato a dirle che non c’è solo questo lavoro e che, di questo passo, in famiglia avremmo potuto aprire una clinica – scherza -, ma lei se lo sentiva dentro ed è andata fino in fondo.

Ammetto che quando me lo ha detto, è stata un’emozione, così come quando ci è capitato di lavorare insieme. Dovevo stare attento, sennò mi dava ‘i cicchetti’, perché è così precisa e brava che ogni volta dovevo dare il massimo anche per esserle da esempio. Vedo, però, che non c’è bisogno, perché ha la passione che le ho trasmesso anche semplicemente parlando in casa”.

Furano mancherà a molti. E’ uno che, in postazione, non passa inosservato e col quale c’è piacere a lavorare perché trasmette sicurezza e calma anche nelle situazioni più critiche. Ne sono convinti alcuni dei colleghi che con lui hanno condiviso gioie e dolori. Turni estenuanti e giornate intense. “E’ una brava persona – dicono -, aiuta tutti soprattutto chi ne ha più bisogno. A livello professionale, ha un bagaglio di esperienza sorprendente. Vanta una lunga gavetta e si è fatto con le sue mani. Ha volato sull’eliambulanza e anzi è stato uno dei primi che ha fatto parte degli equipaggi di Pegaso 33. È istruttore blsd e insegna a usare il defibrillatore. È un piacere lavorare con lui, perché c’è sempre da imparare”.

Ma chi davvero sentirà la sua mancanza è Massimo Grani che con lui ha condiviso momenti ora impossibili da cancellare. “Mi ha salvato la vita e questo non lo scorderò mai. Eravamo intervenuti per una ragazza che stava tentando il suicidio, con noi c’erano i pompieri col materasso gonfiabile e le forze dell’ordine. Io e Roberto siamo entrati in questa casa e appena mi sono reso conto che la donna si stava lanciando, sono andato verso di lei per evitarlo. Roberto, senza che gli dicessi nulla, aveva capito la mia intenzione e mi ha seguito in silenzio.

Quando ho afferrato la mano della ragazza e lui ha visto che lei, essendo pesante, mi stava trascinando giù con lei, senza esitazione, si è tuffato verso di me mi ha afferrato per la vita. Mi ha salvato. Ma Roberto è così… Noi, e parlo a nome di tutti i colleghi che hanno avuto il piacere e la fortuna di lavorare con lui, siamo veramente dispiaciuti che ci lascia. Siamo però felici per lui e ci auguriamo che, dopo tante avventure di lavoro e di vita, riuscirà a realizzare i suoi sogni, in particolare quello di viaggiare”.

Paola Pierdomenico


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