Viterbo – Nell’attesa che i diversi spettacoli proposti dai nostri due teatri raggiungano i rispettivi palcoscenici, saltano all’occhio alcuni particolari titoli che non hanno certo bisogno di presentazioni ma che sicuramente meritano attenzione.
Titoli che hanno influenzato fortemente la storia del teatro o, per meglio dire, la storia della drammaturgia, sia contemporanea sia di qualche secolo fa.
Soffermiamoci ad esempio su La Locandiera di Carlo Goldoni – in scena il 4 marzo nel nuovo Teatro Caffeina, e il 5 in matinée per le scuole – nell’adattamento di Stefano Sabelli.
Questo allestimento non lo conosceremo fino a che non andrà in scena, ma il testo goldoniano, quello si che si conosce. Un’opera della metà del ‘700 che ha ispirato registi, attori, attrici e storici grazie ai numerosi spunti semantici che offre.
Un testo ad orologeria, che non consente di uscire troppo dalla partitura drammaturgica poiché ad ogni quadro o azione o, semplicemente, ad ogni battuta corrisponde una conseguenza che s’incastra perfettamente alla precedente situazione e prelude a quella successiva. Le ri-letture o ri-scritture devono tener ben presente questo particolare aspetto così da non far crollare il rigido meccanismo scenico contenuto nel testo.
Ne “La Locandiera” non v’è personaggio che almeno una volta non finga. Per calcolo (denaro) o per amore (vero o ostentato) la protagonista, Mirandolina, fonda il suo operare sulla falsa apparenza, al centro di rapporti fittizi.
Alla base della sua azione c’è il piacere di recitare l’inganno e – come scrive efficacemente di lei il critico Mario Baratto – il suo agire è “più teso alla conquista che al possesso”.
La modificazione dei rapporti interni alla pièce è alla base del testo, che però prevede un asse di complicità locandiera-spettatore a discapito degli altri personaggi.
A questo personaggio, o carattere, Goldoni ha assegnato il duplice ruolo di seduzione: nei confronti degli altri personaggi, e nei confronti del pubblico che ne rimane irretito. Così come sedotto sembra rimanere lo stesso autore, intimorito da una protagonista che governando i comportamenti degli altri personaggi e piegandoli al suo disegno, si configura come una sorta di “regista” ante litteram all’interno della commedia stessa.
L’attesa di vedere in scena questo nuovo allestimento ri-adattato e attualizzato, dopo le tante “locandiere” viste, offre dunque lo spunto per considerare ancora il ruolo dello spettatore all’interno di una tradizione.
“E il problema di una tradizione …sta nel cercarla – come sosteneva Fabrizio Cruciani –. Non nell’averla ricevuta. La tradizione vive quando si sta cercando. Se non si conosce ciò che è stato già fatto si finisce per cercare cose già trovate, o peggio ancora si cade negli stessi errori che le esperienze precedenti avevano eliminato”.
La commedia in questione diciamo che bene o male si conosce. Certi allestimenti degli anni passati si trovano anche in video o su internet. Alcune di queste sono passate alla storia: quella di Giancarlo Cobelli con la Gravina dell’86 è sicuramente un’edizione tra le più famose, divenuta paradigmatica per molti allestimenti successivi; così come molte versioni cinematografiche, ispirate a Goldoni, più o meno fedeli al testo originale.
Molte famose attrici si sono cimentate nel ruolo di Mirandolina, dando un proprio contributo importante nel presentare questo personaggio così sfaccettato, regalando sempre nuove e ricche sfumature.
Ricordiamo, tra queste, oltre la già citata Carla Gravina, Elenora Duse, Valeria Moriconi, (bellissima e a tratti ruvida nella parte) Mascia Musy, Nancy Brilli, Anna Mazzamauro, e molte altre ancora.
Ma come sempre dietro un’opera così importante i significati e i risvolti semantici, come si diceva, sono numerosi. Anche in questo caso preme ricordare che il teatro non deve necessariamente dare risposte, quanto piuttosto aiutare chi guarda a porsi delle domande e, magari, sollecitarlo a ricercare delle risposte.
Non deve solo intrattenere o divertire, “distraendo da fatiche e preoccupazioni e donando il buon umore”; deve suggerire e incoraggiare, secondo le possibilità dello spettatore, un’operazione intellettuale che consenta una crescita, uno sviluppo in avanti, favorendo una nuova esperienza condivisa all’interno di una tradizione.
Uno spettacolo come “La Locandiera”, pur dovendo rimanere saldamente legato ai meccanismi drammaturgici che lo muovono, fornisce allo spettatore la possibilità di entrare in forte sintonia con la protagonista nonché di conoscere profondamente i “caratteri” degli altri personaggi, realistici o surreali che siano nell’idea di regia.
Di conseguenza sarà possibile valutare quanto si vedrà, tenendo presente la coerenza o meno con quanto Goldoni stesso suggerisce tra le linee della trama o, meglio ancora, tra le articolate maglie dell’intreccio.
Non sempre è così. Questa volta lo spettatore può dirsi fortunato. A volte a teatro non c’è nulla da capire non ci sono spiegazioni. La performance pone a chi guarda delle difficoltà principalmente legate alla relazione e alla condivisione di “piccole particelle” dette emozioni, spesso citate ma sempre meno conosciute.
Paolo Manganiello
