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“Mafia, Andreotti non fu assolto…”

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Viterbo - Gian Carlo Caselli

Viterbo – Gian Carlo Caselli

Viterbo - Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo – Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo - Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo – Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo - Gli studenti incontrano Gian Carlo Caselli

Viterbo – Gli studenti incontrano Gian Carlo Caselli

Viterbo - Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo – Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo - Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo – Gian Carlo Caselli e Carlo Galeotti

Viterbo - Alessandro Maurizi

Viterbo – Alessandro Maurizi

Viterbo - Giancarlo Caselli

Viterbo – Giancarlo Caselli

Viterbo – (m.l.r.) – “Giulio Andreotti non è stato assolto, in verità è stato dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980. Il delitto è commesso ma prescritto, e solo per questo motivo non è seguita la condanna. Dopo il 1980 la corte d’appello conferma l’assoluzione di primo grado. La corte d’appello, confermata dalla cassazione, è chiara: incontrò i capi della mafia per parlare di Piersanti Mattarella. E di quell’omicidio sapeva tutto”. Tono semplice e asciutto l’ex magistrato Gian Carlo Caselli, ieri mattina all’auditorium di Santa Maria in Gradi, ha raccontato la mafia, di ieri e di oggi, agli studenti delle scuole superiori della Tuscia. 

Fotocronaca: Gian Carlo Caselli incontra gli studenti

Un racconto pieno di ricordi e di fatti che ha catturato l’attenzione dei ragazzi per più di due ore. 

L’iniziativa è stata organizzata, nell’ambito del Premio Romiti Junior – altro progetto di Ombre Festival – che quest’anno giunge alla terza edizione, da Alessandro Maurizi e ha visto la partecipazione del questore di Viterbo Lorenzo Suraci, del maggiore dei carabinieri Marcello Egidio, dei vertici di Coldiretti Mauro Pacifici e Alberto Frau e dal presidente della Fondazione Carivit Mario Brutti.

Gian Carlo Caselli per oltre due ore ha risposto alle domande del direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti. Domande per gettare luce sui fatti che hanno sconvolto e falcidiato la storia del Novecento italiano e per cui, come ha sottolineato Galeotti, “è fondamentale il recupero della memoria”.

Gian Carlo Caselli nella sua carriera di magistrato ha lavorato principalmente a due filoni di inchiesta: quella sull’antiterrorismo a Torino e quella di contrasto alla mafia a Palermo, ereditando il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

L’intervista parte dal principio: Cos’è la mafia? 

“La domanda delle domande. La mafia è un’organizzazione criminale – afferma l’ex magistrato –  di uomini armati che usano violenza per raggiungere i loro scopi, che compie una serie di attività criminali come il traffico di droga, di armi, di rifiuti tossici, di essere umani, il gioco azzardo, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando di tabacchi, gli appalti truccati… Tutto ciò che serve ad accumulare illecitamente capitali. Ma non è tutto qui. Perché se lo fosse, sarebbe sicuramente pericoloso e grave ma non saremo qui a parlarne. La mafia, con tutte le sue differenze e gemmazioni, esiste da almeno 200 anni. E per far durare un’organizzazione criminale così a lungo c’è sicuramente bisogno di altro. E questo altro, che poi è la spina dorsale, sono le relazioni esterne, i rapporti torbidi con pezzi di istituzioni, finanza, che determinano collusioni. La mafia può contare su questo tipo di coperture, che ne permettono una così lunga vita”.

Il magistrato spiega i meccanismi, la violenza e il controllo capillare del territorio della mafia prima di inserire i protagonisti. Coloro che hanno alzato la testa e assestato colpi ferali all’organizzazione. Inizia con padre Puglisi, ucciso a Palermo perché voleva salvare i ragazzi del quartiere da una vita da criminali. “I mafiosi – racconta Caselli – questo proprio non potevano sopportarlo. Così lo hanno ammazzato. Erano così consapevoli che quell’omicidio facesse schifo, che hanno tentato di mascherarlo per farlo apparire un omicidio di strada”.

L’attenzione nella sala dell’auditorium aumenta appena il magistrato pronuncia i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

“Falcone è l’uomo che di mafia ha capito più di chiunque altro – spiega Caselli-. Disse che la mafia è una vicenda umana che ha avuto un’origine e può avere una fine, ma bisogna volerlo. A volte forse ci è manca la volontà di intervenire con efficacia. Si può sconfiggere la mafia ma ci vuole determinazione e continuità ed essere tutti insieme. Non lasciarla a poche persone, che pagano con la vita. Per 150 anni si è negata l’esistenza della mafia. “La mafia non esiste” lo dicevano pubblicamente. E invece c’era, eccome se c’era. Se una cosa non esiste, di processi se ne fanno pochi anzi pochissimi, e si chiudono con mancanza prove. E la mafia diventa più forte dello Stato. Ci sono procuratori generali della Cassazione che hanno detto in pubblica udienza che la mafia non è una cosa da aula di tribunale, ma da convegni. Una bestemmia”. 

Calca con la voce la parola bestemmia.

“Il reato di mafia, nel codice penale col 416 bis, arriva solo nel 1982 – ricorda l’ex magistrato -. E’ un articolo che la fotografa, non è generico e finalmente offre alle forze ordine e alla magistratura uno strumento formidale. Per Falcone prima del 416 bis combattere la mafia era come cercare di fermare un carroarmato con una cerbottana. E con Falcone e Borselli tutto cambia. Il maxiprocesso porta alla sbarra centinaia di mafiosi. Di colpo l’impunità non esiste più. Loro hanno ottenuto grandi risultati, ma non definitivi e per questo siamo ancora qui a parlarne. Il loro metodo di lavoro, tutt’ora in uso, era basato su due architravi: specializzazione e centralizzazioni. Specializzazione degli operatori che dovevano solo seguire casi di mafia e centralizzazione dei dati, che sono conservati in un unico grande archivio. Purtroppo i due magistrati siciliani, nonostante il grande favore reso alla nazione intera, sono stati lasciati soli. Invece di essere aiutati nella lotta sono stati bastonati, presi a pedate. Autentici eroi uccisi dalla mafia sono stati trattati in vita nel peggiore dei modi. Il loro metodo di lavoro cancellato, il pool azzerato e Falcone costretto a lasciare Palermo”.

La faccia degli studenti è come una domanda che cresce. Perché? “Finché – dice Caselli – si sono occupati dei mafiosi di strada è andata bene. Quando sono passati a occuparsi delle relazioni esterne non è andato più bene, è stato impedito loro di continuare a lavorare. Fino a quel 1992 che ha visto la morte dei due magistrati”. 

Nel 1992 a Palermo perdono la vita prima Giovanni Falcone poi Paolo Borsellino. Sono due straagi che lasciano il segno. Due eventi clamorosi che impongono allo Stato di reagire. 

“Dopo le stragi  – continua l’ex magistrato – e la forte reazione dello stato la mafia si inabissa, capisce che le stragi non rendono, perché di fronte alla violenza lo Stato non può non agire. Così preferisce inabissarsi, non fare notizia. Per fare meglio i loro loschi affari. Questa strategia continua tutt’oggi. Ma la mafia non scompare, come ha sentenziato la Cassazione, diventa silente”.

Gian Carlo Caselli arriva a Palermo il giorno dell’arresto di Riina: il capo dei capi. “Mi è bastato un semplice contatto per capire che non era l’ometto che voleva apparire, cercava di sembrare un contadinotto, uno sprovveduto. Ma possedeva un’intelligenza criminale che gli ha permesso di far fuori tutti i suoi avversari fino a diventare il padrone assoluto di Cosa nostra” ricorda.

Gli applausi interrompono spesso l’ex magistrato. Non solo al ricordo di Falcone e Borsellino, ma anche quando il direttore Galeotti lo incalza su fatti più recenti come il processo stato-mafia o il rapporto di Giulio Andreotti con Cosa nostra. 

“E’ passato il messaggio – dice ancora – che Giulio Andreotti sia stato assolto. Non è così. Lo ho scritto chiaramente anche nel mio ultimo libro (La verità sul processo Andreotti n.d.r.). Giulio Andreotti per i fatti accaduti fino al 1980 è stato dichiarata responsabile, ma il reato è stato prescritto. La sentenza della Corte d’Appello, confermata dalla Cassazione, è chiara: incontrò i capi di Cosa Nostra per parlare di Piersanti Mattarella. E di quell’omicidio sapeva tutto”. Oggi diremmo che si tratta di una fake news.

Prima di salutare un messaggio agli studenti: “Ricercate la verità, capire cosa è successo è una questione di democrazia, riguarda la nostra storia, la qualità della nostra democrazia. Il vostro futuro”.

La risposta sta tutta nel lungo applauso che gli dedicano i ragazzi nelle parole dell’organizzatore Maurizi: “Lei ci ha detto che gli eroi si ricordano solo dopo morti, noi però la ricordiamo bene”.


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