Viterbo – L’avvocato Antonio Ingroia lo aveva annunciato: “Anche la procura di Roma chiederà l’archiviazione del caso Manca”. Ma di formale non c’era ancora nulla. Almeno fino a pochi giorni fa, in coincidenza con il 14esimo anniversario della morte del medico siciliano Attilio Manca, trovato cadavere il 12 febbraio del 2004 nella sua casa a Viterbo.
Sul caso la Direzione distrettuale antimafia di Roma aveva aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio. Un fascicolo che racchiudeva, tra l’altro, le testimonianze di cinque collaboratori di giustizia che circoscrivono la morte di Attilio Manca in un disegno criminoso. Uno di questi pentiti ha anche chiesto e ottenuto il permesso di incontrare in carcere l’avvocato Ingroia. “E’ un uomo del barcellonese, che della mafia ha fatto parte – ha raccontato il legale -. Mi ha scritto una lettera, e durante il colloquio ha fatto i nomi di chi ha commesso l’omicidio. In un primo momento era stato lui a riceve l’ordine di uccidere Manca, perché Attilio sapeva troppo sulla latitanza di Bernardo Provenzano. Gli erano state date le armi, e il delitto doveva essere compiuto a Barcellona Pozzo di Gotto. Poi è stato fermato, perché era stata trovata una soluzione più ‘soft’. Attilio doveva essere ucciso a Viterbo, senza fare rumore”.
Ma dalle indagini dell’antimafia capitolina non sarebbero emersi elementi sufficienti per avvalorare la tesi della famiglia Manca. Da qui la richiesta di archiviazione del procuratore Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto della Dda Michele Prestino e del sostituto Maria Cristina Palaia. Le dichiarazioni dei pentiti di mafia “conducono a piste, presunti autori e modalità del fatto del tutto contrastanti e incompatibili. Sostanzialmente prive di riscontri, non consentendo allo stato di risalire agli autori del presunto omicidio di Attilio Manca – scrive la procura di Roma nella richiesta di archiviazione pubblicata dal Corriere della Sera -. Non è possibile provare in alcun modo un effettivo coinvolgimento di Manca nelle cure di Provenzano, da cui far derivare la necessità di eliminarlo. E ancor più contraddittorie sono le risultanze in merito agli ipotetici autori”. Né c’è modo di approfondire “la mancata spiegazione di alcuni particolari della complessa vicenda” legata alla morte dell’urologo, prosegue la Dda.
Chiuso il caso, a Viterbo, con la condanna a 5 anni e 4 mesi della 50enne Monica Mileti, accusata di aver ceduto al medico l’eroina che lo ha stroncato a soli 35 anni nel suo appartamento alla Grotticella, l’antimafia era rimasta l’unica speranza per i familiari dell’urologo dell’ospedale di Belcolle. Da 14 anni si battono per dimostrare che Attilio non è morto per un mix di alcol, tranquillanti ed eroina, ma che è stato ucciso dalla mafia. Una tesi, questa, che non ha mai trovato conferma nelle aule di giustizia. Da qui l’appello ‘Non archiviate l’inchiesta sulla morte di Attilio Manca’. Ma neppure questa petizione è servita.
Attilio, secondo la madre, il padre e il fratello, avrebbe assistito all’intervento alla prostata al quale fu sottoposto Provenzano nella clinica di Marsiglia. Il “capo dei capi”, uccidendo l’urologo, avrebbe potuto liberarsi dell’unico testimone italiano del “viaggio della speranza”, che il boss avrebbe compiuto in Francia nell’ottobre 2003. A rinsaldare la tesi dei Manca l’improvvisa trasferta in Francia di Attilio, che sarebbe avvenuta proprio nell’autunno 2003. Ma a supportare questa ricostruzione ci sarebbe anche il pentito Giuseppe Setola, il quale – come scrive la procura capitolina – “con andamento sconnesso e poco chiaro” ha tirato in ballo il capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti. Tuttavia, secondo i pm romani, l’attendibilità di Setola “non può resistere ad alcun vaglio”.
Un altro collaboratore, Giuseppe Campo, andrebbe nella stessa direzione chiamando in causa il cugino della vittima: Ugo Manca. Però per l’antimafia di Roma mancano “riscontri esterni” nonché elementi per affermare che il cugino e altri sicari indicati da Campo fossero a Viterbo il giorno della morte dell’urologo. Un terzo pentito, Cosimo D’Amico, sosterrebbe invece che “i paesani barcellonesi non c’entrano”, e riferirebbe un coinvolgimento di servizi segreti e altri apparati che proteggevano la latitanza di Provenzano. Ipotesi in qualche modo avallata dal calabrese Nino Lo Giudice il quale chiamerebbe in causa la famosa “faccia da mostro”, l’ex poliziotto Giovanni Aiello morto lo scorso anno. Ne ha parlato pure al processo Borsellino quater, offrendo una versione modificata che, concludono i pm romani, “non è suscettibile di alcun credito, nemmeno indiziario”. Il palermitano Stefano Lo Verso, quinto pentito ed ex autista di Provenzano, avrebbe fornito “supposizioni e ipotesi”, senza fare il nome di Manca, “che non possono andare a riscontrare neppure altre dichiarazioni”.
Prima della procura di Roma, anche quella di Viterbo aveva chiesto per tre volte l’archiviazione del caso, incontrando sempre la dura opposizione della famiglia Manca. Alla terza richiesta, il gip ha archiviato la posizione di quattro indagati su dieci, ordinando il prosieguo delle indagini per gli altri sei, tra cui Monica Mileti. Ma l’inchiesta non doveva proseguire sul filone della mafia, bensì su quello della droga, per accertare chi avesse ceduto ad Attilio l’eroina letale. La procura di Viterbo, nell’ottobre 2012, ha chiesto e poi ottenuto l’archiviazione per i cinque uomini e il rinvio a giudizio della donna, ritenuta la presunta pusher.
Ma alla “tragedia di droga”, la famiglia Manca non ha mai creduto. Eppure, stando ai risultati dell’autopsia, a causare la morte del giovane medico sarebbe stato l’effetto combinato di tre sostanze: alcolici, eroina e Diazepam (il principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit). Sul suo braccio i segni di due iniezioni. “La famiglia Manca è amareggiata – aveva detto a Tusciaweb l’avvocato Ingroia, annunciando la richiesta di archiviazione della Dda -. La signora Angela (la mamma di Attilio, ndr) è molto amareggiata per questa nuova chiusura. La chiusura di quello che sperava essere finalmente un grosso passo verso la verità. All’archiviazione ci opporremo”.
Su Facebook la signora Manca, commentando la richiesta di archiviazione, ha scritto: “Non sono state sufficienti 30mila firme, né le dichiarazioni di cinque collaboratori tutti concordi sulla pista Provenzano. Prestipino e Pignatone non hanno trovato le prove! Ma noi non ci lasceremo intimorire. Andremo avanti con forza, coraggio e determinazione. Arriverà il giorno in cui tutti quelli che in questi anni ci hanno negato la verità si dovranno ricredere. La verità trionfa sempre, è solo questione di tempo”.


