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“Spariti placenta, cordone ombelicale e tracciato delle contrazioni”

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Il tribunale di Civitavecchia

Il tribunale di Civitavecchia

 

L'avvocato Paolo Delle Monache

L’avvocato Paolo Delle Monache

 

L'avvocato Claudia Polacchi

L’avvocato Claudia Polacchi

Civitavecchia – “Spariti placenta, cordone ombelicale e tracciato delle contrazioni”. Colpo di scena al processo ai quattro sanitari accusati di omicidio colposo per la morte di una neonata. 

E’ la bambina di Vetralla morta dopo sette ore di agonia all’ospedale di Tarquinia: la superperizia disposta dal tribunale di Civitavecchia non basta a fare luce sulla morte. 

Mancano tre elementi fondamentali: la placenta e il cordone ombelicale, di cui si sono perse le tracce, nonché il tracciato delle contrazioni uterine nell’ultima fase del travaglio prima della nascita, tra le 21,16 e le 22,45 del 30 giugno 2012.

Sotto processo per omicidio colposo due ostetriche e due ginecologi. Parti civili i genitori, una coppia di Vetralla, assistiti dagli avvocati Paolo Delle Monache e Claudia Polacchi. La piccola, di nome Viola, era la primogenita di un artigiano e di sua moglie e successivamente i genitori non sono più riusciti ad avere altri figli. 

Se non fosse accaduta la tragedia, la bambina fra pochi mesi avrebbe compiuto sei anni  e a settembre sarebbe andata in prima elementare. Per l’ostetrica della mamma, nonostante la donna avesse 41 anni, i controlli dicevano che era tutto a posto.

Analisi in regola, ecografie lo stesso. Mamma e bimba – alla vigilia del termine della gestazione – godevano entrambe di ottima salute. Una gravidanza normale che, sulla carta, si avviava a concludersi con un parto naturale. L’arrivo delle doglie è stato una gioia, il viaggio da Vetralla verso l’ospedale di Tarquinia una festa: Viola era lì, sana e vispa, che spingeva per nascere. Poi all’improvviso, nel giro di poche ore, la tragedia. 

Secondo la difesa, la neonata sarebbe morta per colpa del fato e non per colpa di ostetriche e ginecologi: un evento del tutto imprevedibile. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero dovuto accorgersi dei segni di sofferenza fetale e sarebbero dovuti intervenire con un cesareo, invece di estrarre la piccina con la ventosa all’ultimo momento, con il cordone ombelicale stretto attorno al collo. 

Il tribunale ha disposto a sorpresa una perizia super partes lo scorso 22 settembre, giorno della discussione, nominando  il dottor Brunelli della Sapienza di Roma e il medico legale Rinaldi, per cercare di chiarire una volta per tutte se la piccina sarebbe potuta sopravvivere.  

I due consulenti, sentiti in aula lunedì scorso, non sarebbero però giunti a conclusioni confortanti, confermando l’episodio ipossico, ovvero la morte per asfissia della neonata, ma non potendo riferire sul nesso, in quanto non avrebbero potuto analizzare né la placenta, né il cordone ombelicale, che non sarebbero stati conservati dopo il drammatico parto.

Gli avvocati di parte civile hanno insistito sul punto, chiedendo cosa prevedano in questi casi le linee guida: “Di sicuro – hanno risposto i periti – secondo le linee guida, è altamente raccomandabile conservare placenta e cordone ombelicale per eventuali ulteriori accertamenti”. 

Dall’esame del tracciato cardiotocografico, inoltre, è emerso il battito fetale, ma mancano le registrazioni delle contrazioni uterine, anch’esse indispensabili per valutare il benessere del feto e il buon andamento del travaglio.

In conclusione, la causa eziologica che ha interferito con la funzione feto-placentare non sarebbe desumibile con certezza: “Tuttavia – hanno sottolineato gli esperti – è ragionevole ipotizzare che una compressione prolungata del cordone ombelicale o una grave tachisistolia-ipertono dell’utero abbiano concorso, isolatamente o congiuntamente, al determinismo della sequenza patologica generando l’interruzione degli scambi respiratori placentari”. 

A questo punto il processo è davvero al rush finale. Le prossime due udienze saranno dedicate alla discussione: comincerà il pubblico ministero, seguito dai legali dei genitori e dai difensori di due dei quattro imputati, mentre la volta successiva saranno sentiti gli altri due difensori e sarà dato spazio alle eventuali repliche. Se non ci saranno altri intoppi, la sentenza dovrebbe arrivare entro l’inizio dell’estate. Quando Viola, se fosse stata viva, avrebbe compiuto sei anni. 

Silvana Cortignani


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