Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il teatro a Viterbo ora c’è. Anzi, per essere precisi, ce ne sono due. Entrambi caratterizzati da un forte entusiasmo per aver fatto risorgere una tradizione che per più di cinque anni a Viterbo si era persa: per problemi legati alla complessa ristrutturazione del bel teatro Unione, nel primo caso, e per una miope e cattiva gestione passata del teatro San Leonardo, nel secondo. Meno male, comunque. Ora tutto pare tornato a posto.
L’Unione propone una stagione piuttosto varia: con un po’ di prosa, un po’ di danza, poca musica e del buon teatro ragazzi, il tutto intervallato da incursioni di spettacoli con le scuole e gli immancabili musical.
Il rinnovato teatro San Leonardo, o per meglio dire il Teatro Caffeina, offre tanto, anzi tantissimo, con una ricca stagione di prosa e con molti altri appuntamenti che settimanalmente fanno vivere uno spazio che non è solo un teatro, ma anche un bel luogo per incontrarsi, leggere o acquistare un buon libro (è anche libreria), bere e mangiare qualcosa insieme ad un amico (è anche bistrot) e magari seguire incontri con autori che presentano le proprie opere. Decisamente molto per la città.
Soprattutto dopo un lungo periodo durante il quale si cercavano spazi alternativi o si era costretti ad andare all’Auditorium dell’Università della Tuscia, che ha poco di edificio teatrale e che ha sempre rimandato un’atmosfera strana: come se il teatro che vi si faceva avesse a che fare poco o nulla con lo spazio che lo ospitava. Una sorta di “meglio di niente” che non ha mai convinto fino in fondo spettatori e compagnie.
E adesso gli spettatori come vivono la nuova e più intensa attività teatrale in città?
Sicuramente l’entusiasmo per questa novità sta attivando i viterbesi che seguono gli spettacoli dei due teatri. Li stuzzica, li incoraggia, li incuriosisce.
È da notare infatti come sui social i commenti che riguardano gli spettacoli della sera prima rimbalzano da un profilo all’altro. Finalmente la serata a teatro sta piano piano diventando una sana abitudine collettiva.
Il pubblico nelle sale si trova di nuovo a fare i conti con proposte nuove, raffinate, o anche con quelle più commerciali e leggère. Fatto sta che a teatro ci va. E magari non vede l’ora di tornarci.
In questa nuova situazione è assai interessante analizzare il pubblico, capire come si comporta, “vederlo vedere” gli spettacoli, le performance, le azioni sceniche o semplicemente i saggi dei laboratori teatrali. Già, “veder vedere”: se ride, se parla, mangia, dorme, s’incanta, piange, se ne va.
Degli spettacoli si parla sempre in modo generico: è bello, è brutto, mi è piaciuto, non mi è piaciuto. Del pubblico non si parla mai, se non in termini numerici: quanti biglietti sono stati strappati, quanti non sono potuti venire a causa del maltempo, quanti applausi ha ricevuto l’attore, e via discorrendo.
Ma dopo tanto tempo senza teatro com’è il pubblico a Viterbo?
Premesso che gli spettacoli proposti sono tutti di livello, sarebbe interessante capire quanto gli spettatori siano predisposti a valutarne le caratteristiche intrinseche o le scelte artistiche (regia, testo, scenografia, recitazione), liberi dal suddetto entusiasmo per le nuove iniziative teatrali.
L’interesse per questo particolare aspetto è suggerito dal fatto che proposte culturali come queste non dovrebbero concludersi con la chiusura del sipario. Sarebbe giusto e opportuno, in un’ottica di crescita e di condivisione, che gli spettacoli vivano per lo spettatore prima che questi vada a teatro e dopo aver assistito alla rappresentazione.
In tale modo l’esperienza diventa più profonda, più consapevole, duratura, ma soprattutto non si configura come mero intrattenimento fine a se stesso. Assistere ad uno spettacolo deve presupporre partecipazione, condivisione, conoscenza e consapevolezza. Lo spettatore capace non assiste passivamente allo spettacolo.
Così come l’attore si prepara per lo spettacolo, allo stesso modo lo spettatore si deve preparare per vederlo.
Oggi sia per i giovani sia per i meno giovani, l’immagine è ricevuta in solitudine, quasi sempre su uno schermo. La scommessa del “vedere dal vivo insieme” che si attua a teatro è insieme ardita e necessaria.
In una piccola comunità partecipare ad uno spettacolo dal vivo, come in altre epoche, non deve essere un’esperienza individuale. Sarebbe bello che fosse ogni volta un’esperienza collettiva. Volendo essere onesti – come diceva Grotowski – il teatro non è indispensabile, ma serve ad attraversare le frontiere tra te e me.
Realizzare tutto questo è semplice e può essere un’attività nuova e strutturata utile ad accompagnare le diverse proposte teatrali. Non lasciare l’evento, lo spettacolo, lì dove lo abbiamo seguito, ma portarlo a mo’ d’esperienza, altrove, dove può diventare motivo di confronto, di scambio e quindi di crescita.
Restituire al teatro questa unicità, che da sempre gli è propria, può risultare ancora più essenziale ed efficace soprattutto in una piccola comunità dove l’interesse per questo genere di proposte è fresco, spontaneo e, tutto sommato, libero da condizionamenti.
Paolo Manganiello


