Viterbo – Un’ondata di suicidi ricorrenti a Viterbo e negli immediati dintorni non può non sgomentare.
Ciascuno di essi rivela una storia individuale, anzi una sofferenza individuale, su cui nessuno può esprimersi più di tanto. Molto spesso chi ha conosciuto il suicida resta sorpreso, oppure fatica a riconoscere certi atteggiamenti antecedenti come possibili premonitori di quell’atto, un atto che si sottrae scientemente all’istinto di conservazione; e anche lo psicologo deve impegnarsi a fondo nella raccolta di indizi, di segnali per tentare di abbozzare la spiegazione di un atto tanto privatistico, talvolta improvviso, che solo nel suo tragico dispiegarsi aggiorna sullo stato di profondo disorientamento interiore del suicida.
Per il sociologo il lavoro è più facile. Non guarda al singolo caso, misura la frequenza degli atti e si sofferma ad esaminare il contesto sociale in cui essi si verificano. Sono ormai passati circa centotrenta anni da quando il francese Emile Durkheim dimostrò la connessione tra il tasso di suicidi e le condizioni sociali, culturali e perfino ambientali; resta da vedere cosa accade oggi, nella società che ci circonda, per tentare di capire.
Certo, a volte se ne parla troppo, con le solite categorie interpretative e i soliti rigurgiti di moralismo catoniano, e vengono fuori i soliti luoghi comuni. C’é persino il rischio di non essere rispettosi delle vittime e dei loro cari. Ma a non esprimersi è peggio, sa di rassegnazione, di resa, di perdita della capacità di preoccuparsi, di trascurare i segnali d’allarme.
Sta succedendo qualcosa? E che cosa?
Viterbo, nelle periodiche classifiche sulla qualità della vita, non se la passa bene; soprattutto è in ritardo sull’efficienza dei servizi, ma non appare particolarmente segnata dal punto di vista dell’alienazione sociale, tant’è che nel tasso dei suicidi occupa posizioni intermedie.
L’alienazione sociale che conduce ad una ripetizione di atti suicidari in genere è connessa con il progresso, con la forte urbanizzazione che causa emarginazione, isolamento, diradamento della coesione sociale; non a caso, i tassi di suicidi più alti – sembra un paradosso ma non lo è – si verificano nelle città in testa alla classifica per qualità della vita, quelle del Nordest, mentre i più bassi si verificano nel Meridione; e sono più alti nelle grandi città che nelle piccole città.
Che cosa starebbe accadendo a Viterbo, allora? Anche se è troppo presto per generalizzare – le generalizzazioni si fanno sui trend, su ampi periodi temporali – qualche commento si può fare.
Inizialmente, prendiamola alla larga.
Viviamo in una società molto competitiva e molto conflittuale; in una società che adesso si è anche scoperta meritocratica, a tal punto che essere appena normali diventa una penalizzazione.
C’è gente impegnata continuamente a sgomitare per emergere, per acquisire una qualche forma di notorietà, per rafforzare un’autostima che il “logorio della vita moderna” mette a dura prova.
Lo fa sul lavoro, ma anche al semaforo, per sentirsi vincenti, e lo fa soprattutto sui social, magari inventandosi qualcosa, pur di raccogliere migliaia di “mi piace” che sanno di amicizia, anche se di amicizia non si tratta. Sembra un continuo grido di dolore, un richiamo insistito – “ io ci sono”, “io esisto” – nel tran tran di una vita quotidiana che ti rende trasparente, invisibile, che ti fa continuamente numero, user, password, cliente numero centomila.
Se in una di queste imprese resti sconfitto, se hai puntato gran parte delle tue speranze, dei tuoi progetti, della tua autostima su di essa, il problema si pone con tutta la sua drammatica evidenza. Succede ai ragazzi, affetti dal mal di vivere di un trapasso generazionale per nulla sereno, che si “suicidano” nella tossicodipendenza, nell’alcol, nei rituali del bullismo gratuito; succede agli adulti che vedono la strada sbarrata. Molti reagiscono, molti si riprendono, alcuni non ce la fanno.
Generalmente dovrebbero sopperire, a questi momenti di sbandamento, le “risorse sociali”: la famiglia, le amicizie (quelle vere), i luoghi di aggregazione, i centri di ascolto, magari la parrocchia, per i più giovani la scuola. Ma è proprio qui che si vede la carenza della società nel rispondere ai crescenti bisogni di socialità, perché il processo di dissolvimento relazionale, etico, coinvolge anche i soggetti soccorritori.
La famiglia è allo sfascio; non perché aumentino separazioni e divorzi (che sono semmai delle conseguenze) ma perché è essa stesso luogo di divisione, di affermazione egoistica del sé, di contrapposizione generazionale e di genere, di crisi di affettività, di caduta della solidarietà parentale.
Nella corsa spasmodica all’autorealizzazione del proprio sé, nella ricerca continua di nuove opportunità relazionali, l’amicizia si perde, diventa impegnativa, rappresenta un freno, una limitazione, una fonte di doveri.
I luoghi di aggregazione – dal lavoro al tempo libero – incentivano più che altro la competizione, l’individualismo, il cinismo, lo straniamento.
I centri di ascolto, le stesse parrocchie, si burocratizzano, standardizzano l’offerta, perdono di profondità. La scuola è un incessante luogo di sperimentazione dove l’obiettivo cambia continuamente, comunicando un senso di incertezza e di incompiutezza.
Con molta forza ciascuno di noi reagisce e si trae fuori dal pericolo quotidiano di perdere la propria identità, la propria dignità, le proprie speranze. Per ogni incertezza che ci si para davanti, cerchiamo di ricostruire un percorso di sicurezza, di individuare una fonte di fiducia, di rassicurazione, un appoggio, di convincerci che “domani è un altro giorno”.
E’ così che le cose continuano a funzionare, che continuiamo a rallegrarci, ad amarci, a emozionarci, a confidare, a comprendere, ad aiutare e a chiedere aiuto.
Ma non tutti ci riescono; non per tutti la porta si apre, magari dopo aver bussato ripetutamente.
E ora prendiamola alla stretta.
Viterbo, città piccola, dovrebbe presentare livelli di “comunità” più elevati, sufficienti potenziali di solidarietà per recuperare voglia, speranza, certezze. Pasolini era convinto che nelle periferie romane l’alienazione potesse essere combattuta dalla antica solidarietà comunitaria contadina, che ancora allignava tra gli abitanti delle borgate più marginali della capitale.
Viterbo, città di lontana origine contadina, può recuperare? Direi che di questo carattere contadino manca il solidarismo di comunità, è rimasta piuttosto la diffidenza congenita verso gli altri, soprattutto verso il forestiero, il diverso, è rimasta la tendenza a proteggersi, a chiudersi.
Non lo dice né il sociologo, né il viterbese nato e cresciuto in questa città. Lo dicono i forestieri che vengono ad abitare Viterbo: lamentano gente chiusa, circoli chiusi, sorrisi gelosi, curiosità piuttosto che disponibilità, misoneismo. “Una bellissima città, però magari gli abitanti…” L’ho sentito decine di volte, vergognandomi un po’, sentendomi anch’io responsabile, chissà quando ho, sbagliato…
C’è gente sola e senza aiuto intorno a noi, che non riusciamo più a vedere, che non trova più la via, che ha solo voglia di farla finita?
Accadono dei fatti. Tragici. E può accadere allora che si debbano fare certi conti. Ma non ci si dovrebbe sorprendere troppo del perché.
Francesco Mattioli
