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“Viterbo combatte una crociata contro la modernità da secoli…”

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Viterbo e la Tuscia sul Gambero Rosso

Viterbo e la Tuscia sul Gambero Rosso

Viterbo – “Viterbo è il capoluogo della Tuscia, provincia dal retaggio etrusco che offre una natura a tratti selvaggi e una produzione agroalimentare di alto livello. L’indole della cittadina non è certo tra le più attive, ma una serie di giovani aziende la stanno traghettando verso la modernità. Salvaguardando campagne e paesaggi”. Con queste parole inizia l’articolo di Stefano Polacchi pubblicato sul sito del Gambero Rosso. L’occasione è la presentazione del nuovo numero del mensile della guida enogastronomica che è andato alla scoperta della Tuscia.

Il primo “aneddoto” da cui Polacchi parte è quello inerente a santa Rosa, “la santa adolescente vissuta a cavallo del Duecento – spiega -: adorata come patrona dai viterbesi è protagonista dell’unica vera festa cittadina in cui 100 facchini trasportano lungo le vie del centro una ‘macchina’ a lei dedicata alta 30 metri e pesante 51 quintali. Alla giovane Rosa – oltre che una serie di miracoli magico-folclorici, come li definisce l’unico studio storico sulla ragazza scritto da Anna Maria Vacca – è attribuito il ‘miracolo’ di aver fermato l’avanzata di Federico II di Svevia difendendo il regno papale. Federico, universalmente noto come Stupor Mundi, aveva un suo palazzo adiacente le mura di Viterbo (alle spalle della basilica dedicata alla santa e allora sede delle Clarisse) che è stato raso al suolo”.

Ma perché Polacchi racconta questo aneddoto? “Perché Santa Rosa – sottolinea -, sulla porta (porta Romana, ndr), avverte: questa è una cittadina anti-moderna. Tanto che ancora oggi, invece di vantarsi per aver ospitato un personaggio come Federico II, Viterbo non sente il bisogno di avere neppure una targa a ricordare il passaggio del sovrano che in Italia portò una ventata di cultura e novità, scomunicato per non aver armato la crociata (guerra) che aveva promesso al Papa”.

Secondo il Gambero Rosso, quella “dei viterbesi contro la modernità” è una vera e propria “crociata”. “Una battaglia che si combatte da secoli – la definisce Polacchi -. Basta ricordare che i notabili di fine ‘800 protestarono contro il passaggio della linea ferroviaria nazionale perché disturbava le loro vacche al pascolo, poi nel nuovo secolo la protesta si abbatté contro il passaggio da Viterbo dell’A1 (sia treno che autostrada toccano infatti solo Orte, ultimo comune verso l’Umbria) e contro la scelta di fare il capoluogo della Tuscia la sede del Festival dei Due Mondi che infatti andò a Spoleto”.

Ma Viterbo è davvero “una cittadina anti-moderna, oscurantista e retrograda”? “In realtà non è così – ammette il Gambero Rosso -. L’Università della Tuscia, ad esempio, pur non avendo influito più di tanto sulla vita quotidiana della cittadina, ha portato molte domande ed esigenze di modernità soprattutto con le facoltà di Agraria e di Scienze Forestali: l’agricoltura, tenuta sempre sotto tono e gestita in forma assistenzialista da una classe politica poco lungimirante, in realtà è diventata un terreno su cui la modernità ha cominciato ad attecchire. L’isolamento, infatti, ha anche significato – guardando la metà piena del bicchiere – salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Così che una serie di giovani imprenditori e studiosi di cose agroalimentari hanno deciso di ripartire proprio dalla Tuscia Viterbese con i loro sogni: aziende piccole, di nicchia (ma non solo), particolarmente virtuose e rispettose della natura, sono state costruite dagli sforzi e dalla passione di ragazzi ‘di fuori’, giunti perché hanno trovato un ambiente positivo o perché sono approdati ad Agraria (dipartimento molto stimato nel panorama accademico italiano) e hanno deciso di restare qui”.

Un esempio di questa nuova generazione? “Renée Abou Jaoudé – scrive il Gambero Rosso -: una studentessa italo-libanese che è passata dalla laurea in Scienze Forestali alle Due Torte piene nella guida Pasticceri e Pasticcerie 2018 per il suo laboratorio Le Cose Buone, un autentico fiore all’occhiello gourmand per Viterbo e che tuttavia è in via di chiusura. Renée vuole infatti dedicarsi al lavoro itinerante e alla ricerca”.

Ma il Gambero Rosso si concentra anche sulla tavola. “Sul fronte gastronomico, la Tuscia Viterbese è un fenomeno abbastanza recente – sottolinea Polacchi -. La parte della provincia che guarda a Roma e all’Umbria, infatti, è stata per anni – dal secondo dopoguerra – monopolizzata dall’industria ceramica”. Ma “nel Viterbese si mangia abbastanza bene – continua Polacchi -. Non c’è una realtà strettamente gourmet, anche se ci sono alcune punte di eccellenza decisamente elevate. La tradizione è essenzialmente legata da una parte alla cucina familiare popolare, dall’altra alla vicinanza con Roma. I piatti oggi popolari sono diversi, perlopiù derivati dalla cucina romanesca in chiave rurale. Ma c’è un piatto che può fare da bandiera per questo territorio essenzialmente agricolo: l’acquacotta”.

Ma perché il Gambero Rosso si è occupato della Tuscia? “La risposta – scrive Polacchi – la lasciamo a Mary Jane Cryan, giornalista e scrittrice irlandese nata in Usa e approdata in Italia nel 1965 con ‘biglietto di sola andata’. Dopo un periodo di 4 anni a Mosca, 25 anni fa rientra in Italia e cerca un luogo dove vivere, fuori ma vicino a Roma, arrivando così a Vetralla. ‘Un luogo abbastanza sonnolento, ma ancora vivo, con una natura e campagne stupende, con la sensazione di essere un po’ degli Indiana Jones quando si passeggia verso la necropoli di Norcia o quella di Grotta Porcina. Era l’ideale per me. Qui ho cominciato a lavorare e a studiare arte e cultura della zona. Quando (i turisti, ndr) vengono qui si innamorano dei sapori di questa terra, delle storie delle persone che conoscono, letteralmente impazziscono. All’inizio, la gente del posto mi chiedeva con stupore perché mi fossi fermata a vivere qui. Eppure, qui io ho conosciuto e intervistato Carlo d’Inghilterra, qui veniva il re Gustavo di Svezia appassionato di archeologia, qui venne anche Stanislao Poniatowsky, nipote dell’ultimo re di Polonia, che costruì il suo palazzo che ancora svetta sul lago di Capodimonte. Non è difficile innamorarsi di questa terra. E spesso noi che veniamo da fuori vediamo e apprezziamo cose che chi ci vive neppure nota. Non è un caso che a Vetralla, insieme a Susanna Ohtonen e a suo marito Rudolph Hupperts, abbiamo recuperato il palazzo Dipinto, dove viviamo e dove organizziamo concerti e performance nei salotti e giardini segreti di quello che fu il suggestivo Palazzo Piatti. Ora, sul nostro esempio, anche un altro palazzo storico verrà recuperato. Evidentemente c’era bisogno che qualcuno da fuori mostrasse la strada. Noi, stranieri e amanti di questa terra, proviamo a farlo ogni giorno‘”.


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