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“Caso Manca, nessun elemento per avvalorare la tesi della famiglia”

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Attilio Manca

Attilio Manca

Viterbo – Caso Attilio Manca, “non esistono elementi che possano dare spazio alle tesi avanzate dalla famiglia del dottor Manca per spiegare la prematura morte del giovane”. La commissione parlamentare antimafia lo scrive nella “relazione relativa alla morte di Attilio Manca”, l’urologo dell’ospedale di Belcolle trovato cadavere 14 anni fa nel suo appartamento alla Grotticella.

Il documento d’inchiesta è stato approvato lo scorso 21 febbraio, in concomitanza con la chiusura dei lavori programmati dalla commissione presieduta da Rosy Bindi (Pd). “La morte di Attilio Manca – si legge nella premessa – è da anni al centro di una campagna mediatica secondo la quale il giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto sarebbe stato vittima di un omicidio maturato in contesti criminali del Messinese collegati all’allora latitante Bernardo Provenzano. Tra i vari argomenti riportati dalla stampa a sostegno di tale tesi vi è, in particolare, una fotografia della salma di Attilio Manca da cui sembrerebbe che egli, in occasione del suo decesso, abbia subito la frattura del setto nasale, circostanza questa che si porrebbe in termini di incompatibilità con le conclusioni della magistratura che ha sempre ricondotto la morte a una volontaria assunzione di eroina. Da più parti e da diverso tempo, pertanto, si chiede con forza che venga finalmente accertata la verità e sia fatta giustizia”.

La famiglia Manca – la mamma di Attilio, Angela, il papà Gioacchino e il fratello Gianluca – alla “tragedia di droga” non hanno mai creduto. Nonostante l’autopsia abbia stabilito che il medico sia morto per l’effetto combinato di tre sostanze: eroina, alcol e tranquillanti. “I familiari di Attilio Manca – spiega la commissione antimafia -, pur convenendo sulla causa della morte, hanno da sempre sostenuto che l’overdose di eroina sia tutt’altro che volontaria, ma sia invece l’effetto di un’azione di costrizione da parte di terzi. Più in particolare, l’overdose sarebbe l’escamotage usato per celare l’omicidio dell’urologo, voluto e realizzato da ambienti mafiosi e per motivazioni collegate alla latitanza di Bernardo Provenzano”.

Secondo la tesi della famiglia, “Manca, essendo l’unico urologo italiano a operare la prostata in laparoscopia, era certamente stato uno degli operatori a Marsiglia di Bernardo Provenzano – continua la commissione antimafia -. Ma poiché costui aveva intuito di essere stato riconosciuto, aveva poi disposto l’eliminazione del giovane medico. Sempre a livello di ipotesi si è anche sostenuto che Manca potrebbe aver visitato, e non operato, Provenzano e che la sua eliminazione potrebbe essere stata disposta non dal latitante ma dalla borghesia mafiosa barcellonese che temeva di essere collegata, dall’urologo, al noto corleonese. In ogni caso, l’uccisione di Attilio Manca sarebbe stata resa possibile con la fattiva partecipazione del cugino Ugo Manca, legato alla mafia barcellonese, e del suo entourage”.

Ma questa tesi non ha mai trovato conferma nelle aule di giustizia. A partire da quelle del tribunale di Viterbo, che ha condannato la donna che avrebbe ceduto al medico l’eroina letale. Fino ad arrivare alla Dda di Roma, che ha chiesto l’archiviazione del fascicolo contro ignoti per omicidio (i legali della famiglia Manca, gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, hanno fatto opposizione). La commissione antimafia ha comunque “inteso cogliere le numerose sollecitazioni in tal senso (l’omicidio di mafia, ndr) per offrire il proprio contributo alla ricostruzione dei fatti che, per come rappresentati dalla stampa, apparivano particolarmente gravi. Non solo con riguardo al presunto assassinio in sé ma soprattutto per il suo scenario complessivo in cui, stando a tali ipotesi, si sarebbero mosse le gerarchie mafiose e si sarebbero ottenuti depistaggi con la complicità delle stesse istituzioni. Si sono svolte quindi diverse audizioni e si è acquisita tutta la documentazione dei procedimenti penali, che poi è stata oggetto di minuziosa analisi e di approfondimento. Con la consapevolezza che non spetta alla commissione antimafia accertare le responsabilità penali, si riporteranno una serie di dati e di valutazioni che possono concorrere a fare chiarezza in un caso così travagliato e dibattuto”.

Dopo aver sviscerato in 26 pagine il “caso Manca” (dal ritrovamento del cadavere ai procedimenti della magistratura alle tesi della famiglia), la commissione antimafia è giunta a tali conclusioni: “Dall’esame degli atti finora disponibili deve concludersi che, allo stato, non esistono elementi pregnanti e consistenti che possano dare spazio, ribaltando le prove acquisite, alle tesi avanzate dalla famiglia del dottor Manca per spiegare la prematura morte del giovane. Deve tuttavia segnalarsi – prosegue la commissione – che le indagini svolte dalla procura della repubblica di Viterbo, pur addivenendo a una ricostruzione aderente alle complesse risultanze investigative, furono svolte in maniera superficiale (tanto che le istanze degli inquirenti sono state oggetto di diversi rigetti e di sollecitazioni probatorie del giudice) né si conclusero, specie dopo le varie opposizioni della difesa e l’esplosione mediatica del ‘caso Manca’, con un provvedimento articolato contenente una lettura organica e ragionata di tutto il materiale probatorio sì da fugare ogni dubbio. Allo stesso modo la consulenza del medico legale, che sin dall’inizio avrebbe dovuto essere dirimente, è stata caratterizzata da gravi lacune e superficialità che hanno reso necessario richiedere integrazioni e delucidazioni e che hanno certamente contribuito ad alimentare incertezze e ipotesi alternative”.

Raffaele Strocchia 


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