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Viterbo – “Nessuna prova, solo suggestioni. Procura ispirata da Platone”, ha detto il difensore di Lanzi, paragonando il filosofo greco al successore “coi piedi per terra” Aristotele.
Genio e sregolatezza, ieri è stato il grande giorno della difesa di Roberto Lanzi. Oltre sei ore di sentita arringa da parte dell’avvocato Carmelo Ratano. Per Lanzi l’accusa ha chiesto 6 anni e 9 mesi, più una confisca di beni per 51mila euro. E’ il funzionario del genio civile presunta mente del sistema di appalti pubblici truccati da una cordata di imprenditori in cambio di mazzette versate a lui e alla collega Gabriela Annesi.
“Vi dirò una cosa che non è mai stata detta, l’attività di supporto tecnico-organizzativo alle stazioni appaltanti per la predisposizione di appalti pubblici da parte dei due funzionari del genio civile Lanzi e Annesi doveva essere remunerata per legge. A loro spettava un compenso del due per cento, secondo l’articolo 92 del codice dei contratti. Ci sono tabelle dei corrispettivi ‘minimi e ‘inderogabili’ – ha ribadito più volte – il legale – nessuna tangente, ma soldi dovuti”.
“Non sono state trovate tangenti, ma intercettazioni – ha proseguito – Lanzi che dice alla Annesi ‘facciamo i conti’. E di cosa? Degli indennizzi, che spettavano loro anche in caso di appalti saltati, come la palestra di Graffignano”.
Trenta i capi d’imputazione al centro del processo in cui con Lanzi e Annesi sono imputati gli imprenditori Luca Amedeo Girotti, Fabrizio Giraldi, Angelo Anselmi e Giuliano Bilancini, l’ex sindaco di Graffignano Adriano Santori e l’ex assessore del piccolo centro della Teverina Luciano Cardoni.
“Non erano tangenti, ma soldi dovuti, anche le quote al consorzio Cost. Erano quei versamenti che Lanzi sollecitava”. Ha quindi ricordato come il consorzio Cost diretto da Lanzi e di cui facevano parte una cinquantina di imprenditori sia nato, nel 2008, per consentire agli artigiani locali di unire le forze in vista degli appalti per la realizzazione dell’aeroporto: “Nessun conflitto d’interessi per Lanzi, che si è anche preso un periodo di aspettativa non stipendiata dal genio civile”.
Lanzi fu arrestato due volte dalla forestale, nell’arco di un mese, nell’ottobre 2012, con altri 13 indagati. In otto sono sotto processo per corruzione, turbativa d’asta e rivelazione di segreti d’ufficio nel filone principale della maxinchesta dei pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma, dalla quale sono scaturiti cinque diversi procedimenti, a cario di decine imprenditori, dipendenti pubblici e pubblici amministratori di tutta la provincia.
Durissimo l’attacco del difensore Ratano, che ha scomodato i filosofi Aristotele e Platone per puntare il dito contro l’impianto accusatorio della procura. “Un teorema”, l’ha definito chiedendo anche lui, come i colleghi che lo hanno preceduto, l’espulsione dal fascicolo delle 715 pagine della “memoria di cortesia” e dei filmati prodotti in sed di discussione dall’accusa.
“Nessuno si azzarda a dire cosa ci fosse nella famosa busta scambiata del fotogramma del video registrato nell’ufficio del genio civile di Lanzi, ma con quell’immagine si vuole fare suggestione”, ha detto, mostrando sul maxischermo i dipinto della “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio. “Ci sono Platone che indica il cielo e Aristotele che indica la terra, perché per Aristotele è il rigore scientifico l’unico modo per arrivare alla conoscenza, non l’Iperuranio. Ecco, per arrivare alla conoscenza dei fatti, le indagini andavano condotte in modo rigoroso e scientifico, invece la procura si è ispirata a Platone”.
Ha continuato a lungo a volare alto, l’avvocato Ratano, per denunciare la superficialità con cui, secondo lui, sono state condotte le indagini. Prima Kant: “Il principio di non contradditorietà deve improntare ogni pm nel corso delle indagini”. Poi Cesare Beccaria: “Tutti dovrebbero leggere ‘Dei delitti e delle pene’, è un libro leggero, l’ultima volta l’ho fatto sulla sdraio al mere mentre prendevo il sole. parla di prova perfetta e di prova imperfetta”.
“Le conclusioni dei pm sono viziate da un’errata impostazione. Non avendo prove certe, si è tentato per tutto il dibattimento di far entrare nel processo la misura cautelare, travestita da ‘memoria di cortesia’ alle ultime battute del procedimento”.
Silvana Cortignani


