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“Perché tanti ostacoli? Io voglio restare in Italia”

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Ala Ceoban

Ala Ceoban

Giallo di Gradoli - Paolo Esposito con, da sinistra, Ala e Tatiana Ceoban

Giallo di Gradoli – Ala Ceoban con Paolo Esposito e la sorella Tatiana

Gli avvocati Samuele De Santis (a sinistra) e Enrico Valentini

Gli avvocati Samuele De Santis (a sinistra) e Enrico Valentini

L'avvocato Remigio Sicilia

L’avvocato Remigio Sicilia

Tarquinia – “Ero qui da tanto tempo, non mi sono mai nascosta”. Così Ala Ceoban avrebbe commentato coi suoi difensori, Samuele De Santis e Enrico Valentini, il fermo avvenuto mercoledì mattina, 28 marzo, a Tarquinia da parte della polizia per non avere ottemperato al decreto di espulsione dopo il mancato rinnovo del permesso di soggiorno. 

Questa mattina, alle ore 9, comparirà davanti al giudice di pace del tribunale di Roma per l’udienza di convalida del decreto di espulsione contro il quale la donna ha chiesto una sospensiva al Tar, per la quale il giudizio è ancora in piedi, ma potrebbero passare degli anni. Il giudice capitolino, nel frattempo,  può decidere di farla accompagnare immediatamente alla frontiera oppure intimarle un termine entro il quale allontanarsi dal paese. 

Ieri Ala Ceoban ha avuto un primo colloquio con l’avvocato De Santis presso il Cpr, centro di permanenza per il rimpatrio, di Ponte Galeria, a Roma, dove è stata trasferita.

Ai suoi legali avrebbe ribadito: “Sto conducendo le mie battaglie giudiziarie per restare in Italia, non credo che i reati che mi sono stati contestati siano un ostacolo per il permesso di soggiorno”. 

Per l’avvocato Remigio Sicilia, che ha seguito l’iter amministrativo della vicenda, non ci sono gli estremi per mandarla via dall’Italia: “Dal punto di vista soggettivo il favoreggiamento e l’occultamento di cadavere non rientrano tra i reati per cui è possibile procedere – spiega –  da un punto di vista oggettivo, non si può parlare di rischi per la sicurezza stato. L’odiosità derivante da un crimine come l’occultamento di cadavere riguarda la morale, non la sicurezza”. 

Sul litorale viterbese la 33enne moldava lavorerebbe e risiederebbe stabilmente da tre anni, dalla primavera del 2015, quando ha finito di scontare la condanna definitiva a otto anni per favoreggiamento e occultamento di cadaveri, dopo una condanna all’ergastolo in primo grado.

Condanna all’ergastolo invece confermata anche nei due successivi gradi di giudizio per il cognato-amante Paolo Esposito, l’elettricista cinquantenne di Gradoli, recluso dal 1 luglio 2009 nel carcere viterbese di Mammagialla per il duplice omicidio e l’occultamento dei cadaveri della compagna 36enne e della figliastra 13enne, Tatiana e Elena Ceoban, scomparse dal borgo sul lago di Bolsena nel pomeriggio del 30 maggio di nove anni fa. 

Ala, sorella e zia delle vittime, i cui cadaveri non sono mai stati ritrovati, da anni sta lottando per restare in Italia, dove è giunta nel 2003, a 18 anni, con in tasca un diploma da parrucchiera, per fare la baby-sitter alla figlia della sorella. Da subito fino al 2009 è stata l’amante del cognato, la coppia diabolica del giallo di Gradoli, finendo in carcere il 9 agosto 2009 con l’accusa di essere stata complice del delitto.

Nel carcere di Civitavecchia è rimasta per sei anni. Ha lavorato come coiffeur per le altre detenute e contemporaneamente ha studiato, preso un diploma, frequentato un corso di cucina e fatto la mediatrice culturale. Detenuta modello, si è avvicinata al buddismo. Benvoluta dal personale che l’ha aiutata con una colletta, grazie ai volontari si è fatta una piccola rete di amicizie. Nel 2014, dopo un lustro di isolamento, ha riallacciato i rapporti con la madre Elena Nechifor, deceduta poi a Bologna il 2 gennaio 2017. E’ tornata in libertà nell’aprile del 2015.

Silvana Cortignani

 


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