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“A Viterbo ho lasciato il cuore…”

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Alessandro Lupino

Alessandro Lupino in azione

 

Alessandro Lupino

Alessandro Lupino

 

alessandro lupino podio

Il podio del campionato italiano con Lupino vincitore

Viterbo – A vederlo fuori dalla pista, Alessandro Lupino sembra tutto fuorché uno di quegli indemoniati che si buttano a corpo morto nelle gare di motocross. Sempre educato e sorridente, Alessandro è l’emblema del bravo ragazzo. Anche troppo, secondo quelli che lo vorrebbero più aggressivo con gli avversari.

Lupino ha costruito la sua tranquillità giorno per giorno. A 27 anni, con un matrimonio che sta per regalargli una figlia e l’ingresso nel gruppo della polizia di stato, ha trovato la serenità che gli mancava qualche anno fa, quando tutti lo aspettavano come il nuovo fenomeno del motocross mondiale.

Una cosa, però, gli manca ancora: la sua Viterbo.

Alessandro, che rapporto hai con la tua città?
“Anche se non ci vivo più da parecchio tempo, Viterbo è e resterà sempre casa mia. Fino a 10 anni ho abitato nel quartiere Ellera, poi ci siamo trasferiti con la famiglia in campagna, verso Vetralla, e lì sono rimasto per altri cinque anni. Da piccolo giocavo anche a calcio nel Pilastro: facevo il portiere, ma non mi divertivo granché, preferivo di gran lunga la moto”.

Come hai scoperto il motocross?
“Lo praticava mio zio e mi appassionai guardando lui. I miei genitori mi comprarono la prima moto e mi tesserarono col moto club Massantini. All’epoca c’era una pista tra Viterbo e Vetralla e io non vedevo l’ora di tornare da scuola per andare a girare lì. Iniziò tutto così”.

A un certo punto, però, la moto è diventata un lavoro e per questo hai dovuto lasciare Viterbo.
“Quando avevo 15 anni, vinsi il campionato del mondo giovanile e mi ingaggiò il team De Carli, la squadra di Antonio Cairoli. Mi spostai a Roma e lasciai la scuola per fare il pilota a tempo pieno. Da lì in avanti, la carriera mi ha portato a vivere in molti posti diversi: dopo Roma, sono stato a Modena, Parma, Carpi e Verona”.

E poi anche in Belgio, dove i motocrossisti passano gran parte dei mesi invernali ad allenarsi.
“In realtà lì ci vado meno che in passato. Qualche anno fa io e Cairoli abbiamo scoperto delle piste in Sardegna che permettono di allenarsi come in Belgio, ma con un clima molto più mite”.

C’è una città a cui sei particolarmente legato?
“Da quattro anni io e mia moglie Federica ci siamo stabilizzati a Verona, perché lei lavora lì. Ma non c’è un posto che mi suscita le stesse emozioni che provo quando torno a Viterbo. Sono legatissimo alla mia infanzia e alla mia terra”.

Hai già accennato a Tony Cairoli, con cui sei molto amico. Che tipo è fuori dalla pista?
“E’ esattamente l’opposto di quello che si pensa vedendolo correre. È molto timido, riservato, però è anche una persona matura e sensibile. Mi trovo benissimo con lui, parliamo di qualsiasi argomento”.

È proprio questo carattere chiuso che ha impedito a Cairoli di diventare celebre come Valentino Rossi? In fin dei conti, anche lui ha vinto nove mondiali come Valentino…
“Antonio sa di essere l’unico vero ambasciatore del motocross nel mondo e quindi fa del suo meglio per promuovere lo sport, ma chiaramente la sua fama non è paragonabile a quella di Rossi. Però il motivo della scarsa popolarità del nostro sport non va ricercato nelle personalità dei singoli piloti. I personaggi non possono svilupparsi, se non c’è un pubblico che li segue”.

Perché il motocross in Italia non ha successo?
“Perché non ha una copertura televisiva adeguata. Un po’ dipende dal format delle nostre gare: due manche da 35 minuti, con una lunga pausa tra l’una e l’altra, annoiano e confondono lo spettatore, costretto a rimanere per ore davanti alla tv per scoprire chi vince il gran premio. Ma molto dipende dalla mancanza di una grande emittente che punti con decisione sul motocross”.

Ti riferisci agli esperimenti compiuti a più riprese da Mediaset?
“Nel 2013, quando il campionato del mondo andava in onda su Italia Due, io avevo una popolarità nettamente superiore a quella che ho adesso. Pur non essendo un campione al livello di Cairoli, mi capitava spesso di essere riconosciuto e fermato per strada. Ora non è così, perché la gente in televisione non mi vede più. E se il pubblico non sa dove trovarti, di sicuro non ti viene a cercare”.

Riprendiamo a parlare di te. Sei soddisfatto della tua carriera fino a questo punto?
“Ho qualche rimpianto, ma tutto sommato non mi lamento”.

Quali sono questi rimpianti?
“Scelte sbagliate in momenti decisivi del mio percorso. La più importante fu nel 2007, quando con il team De Carli passai dal minicross direttamente al campionato del mondo. Fu un salto troppo grande, non ero ancora all’altezza di quel contesto, ma non avevo nessuno che me lo facesse capire”.

Stai dicendo che nel team De Carli non eri seguito?
“No, sto dicendo che avrei avuto bisogno di qualcuno che mi consigliasse una scelta meno estrema di quella che ho fatto. Perché se ti ritrovi in una squadra dove il tuo compagno sta lottando per il titolo mondiale, è normale che non puoi essere tu quello al centro dell’attenzione”.

Ti disturba questa consapevolezza di aver bruciato una chance?
“Ci convivo serenamente. Fu un errore mio e gli errori nella vita capitano a tutti”.

Negli ultimi anni sei molto maturato come pilota e come uomo. Cosa ti ha aiutato?
“Essere entrato in un’organizzazione come le Fiamme Oro mi ha dato molta sicurezza. È un onore far parte di un gruppo sportivo con una storia così gloriosa. E poi qui ho trovato Cristian Ravaglia, l’allenatore della squadra motocross della polizia, che mi segue costantemente. Lui è la persona di cui avrei avuto bisogno quando ho compiuto le scelte sbagliate di cui parlavo prima”.

Nonostante questi miglioramenti, il tuo grande limite rimangono le partenze…
“In realtà quest’anno me la sto cavando piuttosto bene. Però è vero, le partenze sono sempre state il mio tallone d’Achille, soprattutto in passato, quando ero condizionato da una certa insicurezza”.

Quindi è un problema mentale?
“La partenza di una gara di motocross è prima di tutto è una prova di carattere. Ci si schiera dietro una linea e ci si lancia tutti insieme verso la prima curva: il pilota che gira per primo è quello più sicuro di sé, mentre chi ha un’esitazione anche minima viene superato da decine di avversari”.

Queste difficoltà hanno condizionato la tua carriera?
“Tantissimo. Nel nostro sport la partenza è il 50% della gara. A meno che tu non sia nettamente superiore agli altri, se parti in fondo al gruppo è difficile prendere il ritmo dei primi”.

Qual è la gara più bella che hai corso?
“Il gran premio d’Italia del 2013 a Maggiora. C’era un pubblico incredibile, un tifo da stadio. Quando ho fatto il sorpasso decisivo per salire sul podio, ho sentito il boato da dentro il casco. Giuro che mi sono messo a ridere mentre correvo. Anche il Motocross delle Nazioni dell’anno scorso, in cui mi sono giocato il terzo posto fino all’ultimo giro, è stato molto bello”.

Quando la vita smetterà di sballottarti da una parte all’altra del mondo con le gare, cosa farai? Tornerai a Viterbo?
“Mi piacerebbe molto, a Viterbo ho lasciato il cuore”.

Alessandro Castellani


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