Viterbo – “Un lavoro continuo di accumulo. Non prendo più appunti. Ormai aspetto. E quando arriva, come una febbre, anche all’alba o in piena notte, di getto scrivo. Aspetto. E quando arriva scrivo”. Ha aperto così, Antonello Ricci, la presentazione del suo libro “Giardino e morte del signor Palomar”.
Un lavoro che si può definire autobiografico per narrare quella storia che gli “ballava in pancia da tutta una vita”.
Scoprendo un suo nuovo aspetto, oltre la narrazione. Introdotto dalle percussioni di Roberto Pecci. Accolto dall’assessore alla cultura Antonio Delli Iaconi.
Venerdì 13 aprile, nella sala del consiglio comunale di Viterbo. Con la presentazione e moderazione del giornalista Massimiliano Mascolo. E con la partecipazione del suo caro amico Marco D’Aureli.
“In questi ultimi anni ho vissuto attorno a me una esperienza di stima, amicizia e affetto che mi scalda il cuore – spiega Antonello Ricci -. Solo che ci sono momenti in cui, quando si fa un lavoro come il mio, si va avanti, tra tante persone, ma poi si è da soli. Io prima vado e poi torno. E rimango a mezza strada. Tra il calore di tante persone e la mia solitudine introspettiva. Cercando di raccontare quello che vedo e scopro. Una immagine abbastanza solare e a tutto tondo. Invece questo libro è una storia diversa. Che viene dalla pretesa di dare voce a una parte più oscura di me. Che ogni tanto affiora. Viene a galla”.
Poi il fido amico di Ricci, Marco D’Aureli, ha voluto dare un suo contributo. Spiegando quello che ha condiviso con l’amico Antonello, oltre la banda del racconto. Marco D’Aureli ha qualcosa da raccontare sulla genesi di questo libro.
“Io questo libro l’ho visto nascere in diretta e quando l’ho incontrato nella sua forma fisica l’ho riconosciuto. La sua fisiologia mi era nota. Perché Antonello ha l’abitudine di raccontarsi a me. Soprattutto nei nostri tanti viaggi in macchina. Questo avviene sempre guidando e andando da qualche parte. Lui con gli occhiali da sole sugli occhi. Spalmato sul sedile del viaggiatore con il suo sigaro, a raccontarmi. E io mio sento un interlocutore come nei dialoghi di Platone. Ne esco arricchito”, spiega D’Aureli.
Poi aggiunge, “una volta, in una intervista a Roma, si era arrivati a parlare anche di Santa Rosa. Tra le tante cose. La cosa che più colpisce è come la qualità della ricerca, la complessità delle interpretazioni e la capacità di cogliere nessi abbia trovato una forma di restituzione molto strana. Come in questi scritti. In questo libro. Che però funziona. E’ ficcante e puntuale. Attraverso le strade della rievocazione e dello spessore lascia trasparire sfumature di ogni pensiero”.
Antonello Ricci in questo volume scopre un nuovo lato di sè. Va oltre il narratore. Veste in cui si è più soliti vederlo. E scava e dipinge la sua tela introspettiva. Lasciando segnali che vanno al di là di un racconto circoscritto.
Attraverso messaggi che, partendo da tanti particolari apparentemente sparsi, raggiungono concetti più universali. Accomunando gli sguardi di chi non si accontenta di una storia e basta. Ma della sua profondità. Cercando nella ricchezza delle sfaccettature un appagamento più completo. Che accompagni e completi il senso di una intima ricerca.
Valeria Conticiani







