Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – 120 missili Tomahawk, nella notte dello scorso 14 aprile, sono stati lanciati congiuntamente da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.
Alle tre di notte (ora italiana) la potenza di fuoco dell’Occidente si scaraventa contro i presunti centri nevralgici di ricerca siriana per la produzione di armi chimiche: due presso Damasco e un terzo sito a Homs.
Un attacco preventivo perché precedente all’intervento dei tecnici Opac, l’organizzazione internazionale con sede all’Aia, istituita per la proibizione e la prevenzione delle armi chimiche. Un attacco che giunge proprio dopo le accuse di Mosca in merito alle modalità operative dell’intelligence britannica e statunitense. Un attacco che ricorda molto il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.
Un attacco che sembra voluto dagli Stati Uniti più per dimostrare alla Russia chi comanda che per altro.
Quella in Siria è stata un’operazione coordinata congiuntamente da Usa, Gran Bretagna e Francia senza minimamente interpellare la Russia, sebbene anch’essa membro permanente al Consiglio di sicurezza delle nazioni unite. Quello stesso consiglio che volta le spalle a Putin quando chiede di dichiarare l’illegittimità e l’illegalità dell’attacco notturno in Siria di due notti fa.
Con o senza le prove, che sarebbero casomai dovute seguire alle ispezioni dei tecnici Opac, le tre maggiori potenze occidentali scavalcano i sistemi di sicurezza internazionali da loro stessi creati per sferrare quello che, a tutti gli effetti, sembra essere un attacco preventivo alla minaccia islamica.
Ecco allora che ci ricordiamo dell’attacco in Iraq che ha dato via, nell’ormai lontano marzo 2003, a quell’operazione passata alla storia con il nome di Iraqui freedome che ha suscitato l’annoso dibattito in merito alla legittimità o meno della guerra preventiva. Allora come oggi gli Stati Uniti prendono il controllo di quella che dovrebbe essere un’operazione congiuntamente approvata dai membri permanenti delle nazioni unite, ma che si mostra invece al mondo come una prova di forza a stelle e strisce.
Ancora una volta la Russia di Putin è declassata al banale ruolo di spettatore impotente di uno scenario globale cui avrebbe dovuto e voluto prendere parte. Ecco come l’attenzione di accademici e cultori della materia si sposta dalla questione in Siria alla questione del confronto tra Stati Uniti e Russia.
Ecco che ancora una volta il confronto tra Occidente e Oriente, tra Stati Uniti e Russia, sembra riproporsi in un giocoforza perenne e perentorio. Ecco che ancora una volta sembra che da quel lontano 1992 la Guerra Fredda non sia mai terminata e che le due Super potenze siano ancora intenzionate a spartirsi le zone di influenza in Medio Oriente come fossero i territori di una partita a Risiko.
“Ho ordinato l’attacco in Siria!” Queste le parole di Donald Trump alle 22 di Washington dello scorso 14 aprile. Un’affermazione di responsabilità, controllo e, allo stesso tempo, una vera e propria dichiarazione di metodo. La stessa frase potrebbe così essere letta “Io, che sono gli Stati Uniti d’America, ho ordinato ai miei alleati di seguirmi nella guerra in Siria e neppure l’Onu può fermarmi e non ho bisogno di chiedere il permesso a nessuno”.
Questi eventi non cambieranno tanto significativamente la situazione in Medio Oriente. A cambiare sarà piuttosto la situazione in merito al controllo del Mediterraneo. Contesto nel quale il territorio siriano è solo uno scenario. Il Medio Oriente è solamente lo campo da gioco sul quale viene disputata la partita tra Stati Uniti e Russia per il controllo strategico del Mediterraneo.
Donald Trump ha dichiarato, in conferenza stampa, “Il nostro obiettivo è quello di fermare la minaccia del governo siriano di lanciare armi chimiche”. In realtà sembra aver voluto dimostrare alla Russia di Putin che, dopo il colpo di mano in Crimea, resta ancora seconda alla potenza degli Stati Uniti d’America e alle forze occidentali, ad essa storicamente legate, da quello che sembra essere un vero e proprio patto di sangue.
La frattura fra Stati Uniti e Russia si era già esasperata quando, i tecnici del governo russo, riferirono di non aver trovato traccia del coinvolgimento del regime di Bashar Al-Assad circa le quaranta vittime di sostanze chimiche a Douma.
Addirittura secondo i russi sarebbero stati proprio gli Stati Uniti ad aver architettato il tutto per far ricadere la responsabilità sul regime di Assad e fomentarne la destabilizzazione. Ancora una volta gli Usa agiscono previa autorizzazione dell’Onu, bypassando quel sistema di sicurezza internazionale che essi stessi hanno creato, anni fa, in seguito alla seconda guerra mondiale. Ancora una volta l’Onu non condanna le azioni preventive della potenza americana e Trump si dice pronto ad una nuova a zione. Tuttavia, sebbene il terreno di gioco sia ancora una volta il Medio Oriente, la partita sarà giocata da Usa e Russia e la posta in palio è il controllo del Mediterraneo.
Alessandro Gatti
