Viterbo – Ci sono libri che ti prendono a tradimento. Tu li culli e coccoli per anni, li pensi li desideri li allatti, li porti in grembo, li lasci lievitare con pazienza e prudenza tutte materne. Ma quando viene il momento, quelli s’impongono per conto loro, a modo loro, come vogliono e dicono loro. Tu li vorresti limpidi simmetrici perfetti. E loro invece dai che fanno resistenza: opachi e sghembi come una perla barocca; impuri-meticci e, soprattutto, misteriosi-indecifrabili a te stesso.
Questo mi è successo con “Giardino e morte del signor Palomar e altre storie” (Davide Ghaleb Editore 2018) quando mi sono messo a tavolino per consustanziare-tradurre il mio sogno interiore in scrittura. Pensavo a strade dritte e ben squadrate e invece: un dedalo di enigmi.
Italo Calvino in vacanza a Castiglion della Pescaia. Le immonde cialtronate di Kinski nosferatu-sequel a spasso per calli e campielli di Venezia-vampira in laguna. Rovine che ci vengono incontro dal futuro, smemorate, e che, come sfingi, c’interrogano: Alien e il Pianeta delle scimmie.
Una Sciangai di baracche dall’aura pasoliniana, a Marina di Grosseto, dove il sottoscritto fu lì-lì per venire al mondo al crepuscolo del Boom economico. Poi un figlio di nome Juanco e la Virgen de los sicarios y la muerte de Pablo Escobar sui tetti di una Medellìn sognata da Fernando Botero.
Il tormentato geniale fecondissimo artista viterbese Carlo Vincenti, che fece dentro e fuori dai manicomi, arrivando a togliersi la vita nell’anno della legge Basaglia. Lo stupefacente psico-mostro urbanistico del non-finito Ospedale psichiatrico di Viterbo negli scatti di Lorenzo Ricci. Ulisse il mentitore e l’aedo Demodoco, il baciato-dalla-Musa, faccia a faccia intorno alla tavola imbandita di Alcinoo.
Questo volo di Icaro, questo caleidoscopio frulla-cervelli, tutto cucito insieme da un’inattesa urgenza: quella autobiografica (sempre a rischio di scadere in pettegola, svilente “pornografia” della vita).
Da ormai tanti anni il pubblico delle mie passeggiate mi irradia e circonda di una stima intensa e d’infinito affetto.
Di ciò mi faccio punto d’onore. E d’orgoglio. Ma nella storia di una vita (e una vita tutta spesa, la mia, come mia madre sartina o come mio padre geometra-zompafossi, nella modestia dell’artigianato culturale) ci sono momenti in cui l’appuntamento è imperativo: lasciare i sentieri della solarità, della comunicazione popolare, per dar voce a regioni più remote, magari oscure e inquietanti, delle nostre profondità. Per procurarsi almeno un po’ di sollievo; per lenire, almeno per un po’, la propria solitudine nel mondo.
So che non mi tradirete… Vi aspetto.
Appuntamento venerdì 13 alla sala del consiglio comunale alle 18.
Antonello Ricci
