Viterbo – Cinque anni fa – come i papi ma anche come i vecchi popolani romani – la bara di Giulio Andreotti fu portata a spalla da casa sua in corso Vittorio fino alla chiesa dei Fiorentini, dove il parroco celebrò il funerale senza zucchetti rossi sull’altare e senza banchi riservati. Mi ritrovai, nelle ultime file, accanto a un ministro, una nota giornalista tv e al re della finanza romana e non solo, Cesare Geronzi.
Era morto dopo una “navigazione” di 94 anni, molti dei quali da braccio operativo di Alcide De Gasperi e suo “discepolo”, un ruolo che il direttore Carlo Galeotti, nella prefazione alla nuova rubrica “La grande politica” affidatami, non ha messo fra i meriti dello statista trentino (il quale, però, come noto, in chiesa poteva parlare con Dio, perché tanto c’era Giulio in sacrestia a trattare col prete).
D’altra parte, i poteri conferitigli, prima portavoce, poi sottosegretario tuttofare alla presidenza del consiglio, furono spesso motivo di mugugni e di “letterine di protesta che De Gasperi mi passava divertito”, racconta Andreotti.
Come san Paolo sulla via di Damasco, anche lui fu sbalzato da cavallo e a dargli la spinta fu proprio De Gasperi – il quale per campare durante il fascismo lavorava alla biblioteca vaticana – quando alla richiesta di libri sulla marineria pontificia rispose austero allo studente che il suo tempo e i suoi studi potevano più utilmente indirizzati altrove.
Così si conobbero. Una serie di circostanze fece il resto: il non essere ammesso al corso allievi ufficiali per insufficienza toracica, l’assegnazione all’ospedale militare del Celio, un superiore medico che gli consentì di frequentare gli universitari cattolici dove collaborò col presidente della Fuci Aldo Moro e da dove De Gasperi lo trasse per farne quello che poi diventò.
Il suo carattere tollerante contava, come l’intelligenza e l’ironia, ma anche certe attitudini per le quali Montanelli lo definì il “pettegolino della Dc”. Cosa, questa, che De Gasperi trasformò in virtù, facendolo tramite di messaggi riservati con tutti i grandi dell’epoca da Togliatti a Nenni, De Nicola, Einaudi, Croce, la stessa Real Casa quando si trattò di porre pacificamente fine alla monarchia.
Non è questa la sede per un approfondito ritratto del Giulio nazionale che si trovò a parlare a presidenti americani, russi, governanti vari e perfino papi con il formidabile vantaggio di averne frequentato i predecessori. Né di illustrarne le attività ministeriali e i rapporti (spesso umani) con i grandi del mondo, che tanti guai risparmiarono all’Italia (chi non ricorda il figlio di Gheddafi, che “cuore di padre” gli ottenne la maglia del Perugia di Gaucci; la parola per Napolitano responsabile esteri Pci in attesa del visto Usa; Arafat e la pace italica in tempi di terrorismo arabo. Per citare qualcosa).
O le chiamate al governo nei momenti peggiori, quando l’Italia dovette dare in pegno il suo oro ai tedeschi; l’intesa con i comunisti e il conseguente assassinio di Aldo Moro (scelto perché lui, presidente del consiglio e quindi maggiormente scortato, non era bersaglio facile); gli esecutivi che nessuno voleva fare (il Dc Pli del ’72, quello con La Malfa nel ’79).
Compresi i processi per assassinio e per mafia, le cui udienze seguì una per una (lo ricordo bene sulla navetta dell’aeroporto di Fiumicino in partenza per Palermo). Misero la sua carriera politica in relazione all’amicizia di Salvo Lima, poi assassinato dalla mafia stessa. Ma Andreotti lo conobbe solo nel 1968 quando era già stato sette anni sottosegretario e tre ministro.
E poi il suo archivio, quello che oggi stanno catalogando all’istituto Sturzo cui l’ha donato. Vedremo. Intanto, ricordo di aver visto qualcosa di quello che contiene. Anche comuni stralci di giornali con l’annotazione di suo pugno della cartellina in cui custodirli. Riprenderli, nella smemoratezza generale, fece sì che altri credesse (e temesse) nella memoria prodigiosa del custode.
In questa nota, che è solo risposta affettuosa al richiamo del direttore sui miei rapporti con Andreotti, devo confessare che anch’io mi accostai a lui con una certa diffidenza quando, appena eletto delegato giovanile Dc, risposi con un telegramma al suo invito ad andarlo a trovare: ”impegnato studi universitari non posso”. All’epoca il ’68 si faceva anche così.
Poi ebbi modo di capire, constatare e apprezzare.
Fino alla lettura del suo testamento: “Dichiaro davanti a Dio, cui nulla può essere nascosto o manipolato, che io nulla ho mai avuto a che fare con la mafia (se non per combatterla con leggi o atti pubblici) o con la morte di Pecorelli, del gen. Dalla Chiesa o di chiunque altro sia stato assassinato. Non ho istruzioni da dare. Ho comandato già troppo da vivo”. E un post scriptum “Viene al portone, spesso un poverino. Con i miei lo chiamiamo il vecchietto. Aiutatelo.”
Su uomini come lui i giudizi sono e saranno i più vari, buoni o spietati. Gli storici a volte indovineranno altre no.
Meraviglia che in questi ultimi anni molti di quanti ne furono laudatores in vita, siano diventati immemori post mortem.
Renzo Trappolini

