Viterbo – A breve, più o meno tra aprile e la fine maggio, sarà tempo di saggi. Di spettacoli di fine anno, di performance finali a conclusione di percorsi laboratoriali che da mesi vedono impegnati operatori, registi, docenti e allievi provenienti dalle più diverse esperienze di vita, in alcuni casi difficili, in molti altri tragiche.
A Viterbo, come in molte altre città, questo genere di proposte culturali sono assai numerose. E’ il teatro sociale.
Parlare di teatro sociale oggi, in particolare di teatro integrato o socio-riabilitativo, è un importante compito. Due parole che configurano situazioni complicate solo a sentirle pronunciare. Teatro: crisi del teatro, carenza di pubblico, mancanza di fondi, scarsa sensibilizzazione, obsolescenza. Sociale: gruppi di persone con difficoltà, politiche inadeguate, incapacità di gestione, società in crisi.
Insomma, come si dice: “le disgrazie non vengono mai sole”. Eppure le tante esperienze teatrali indirizzate al sociale fanno bene: a chi le fa, a chi le segue (il pubblico) e al teatro stesso. Cercare di lavorare costantemente al bene delle persone in difficoltà, che scelgono o vengono indirizzate verso i laboratori teatrali, è una delle finalità sempre più frequenti del teatro, sia in ambito artistico sia in una prospettiva socio-riabilitativa ed educativa.
Pazienti psichiatrici, diversamente abili, detenuti, tossico-dipendenti in cura, immigrati, e – perché no – i giovani delle scuole di ogni ordine e grado, sono alcuni dei soggetti verso i quali il Teatro Sociale tenta di suggerire un percorso condiviso utile ad un inserimento sociale efficace e ludico, ma anche serio e a volte professionalizzante. Queste proposte laboratoriali hanno come obiettivo la cura del sé, la costruzione dell’identità personale, il comportamento quotidiano e l’interazione con la società.
Il teatro non può risolvere definitivamente le gravi problematiche intrinseche dei soggetti sopracitati, ma può essere utile a spostare l’attenzione delle persone. Può, come suo solito, aiutare a far cambiare punto di vista. Cercando di non scavare nelle problematiche personali o tra le tragedie individuali, spettacolarizzando o suscitando solo morbosa curiosità e compassione, i laboratori devono essere finalizzati ad aiutare quelle stesse persone a recuperare la propria dignità, grazie ad un percorso teatrale importante, consapevole, che le porti a stare in scena con autorevolezza e coscienti della propria presenza.
Condividere questa particolare ricerca è un grande risultato ed è da ritenersi anche un importante traguardo per una comunità che poco conosce l’argomento. E’ il risultato di un lungo percorso di studio, di ricerca e di sperimentazione che ha portato operatori, ricercatori e registi a cercare un confronto nel lavoro di altri, di coloro che sono punti di riferimento, colleghi, maestri.
“Gente creativa” che ha saputo declinare la propria esperienza in una gestione del proprio lavoro attenta anche agli interlocutori istituzionali, che spesso con difficoltà (burocrazia, carenza di fondi, mancanza di spazi) comprendono la complessità di simili progetti a lungo termine. Già, le istituzioni. Nonostante le difficoltà istituzionali burocratiche e amministrative, vi sono sempre più progetti e esperienze che partendo dal teatro sociale, si sviluppano e si definiscono come espressione, formazione e interazione di persone, gruppi e comunità. Questo genere di attività non ha come finalità unica e primaria il prodotto finale – più semplicemente detto “saggio” -, non è collegato al “mercato dell’intrattenimento” o ad aspetti economici e commerciali, bensì è in stretta relazione con il processo di costruzione del pubblico e del privato degli individui.
Vero è che di recente i confini tra il teatro d’arte, commerciale, e il teatro socio-riabilitativo ormai sono assai fluidi. E’ nota l’esperienza di importanti compagnie teatrali che hanno tra i loro attori persone con diversa abilità, down, immigrati o con difficoltà d’integrazione sociale.
Ciononostante il teatro sociale si propone (si deve proporre) come azione (socio-riabilitativa ed educativa) di socialità e di comunità, come cultura dell’accoglienza, come ricerca di benessere psicofisico delle singole persone (obiettivo dell’Oms è il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita nella medesima costituzione come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale), attraverso la costituzione e la “cura” di compagnie o gruppi, produttori di pratiche performative espressive e relazionali, capaci di creare riti, spazi, tempi e corpi indipendenti e addirittura concorrenti del sistema; sistema individualistico e sempre più insensibile, o comunque de-sensibilizzato, rispetto ai temi non solo del “diversamente” ma più in generale dell’“altro”.
I laboratori teatrali “integrati” offrono nuovi spunti di riflessione e studio in ambito educativo e riabilitativo, oltre che in ambito artistico. A queste proposte partecipano in numero sempre crescente, oltre agli operatori, anche cittadini, studenti e professionisti che intendono dare un supporto fattivo, in un’ottica di autentico volontariato. I partecipanti possono col tempo crearsi capacità specifiche utili ad intraprendere un reale percorso professionale rivolto al sociale.
L’attività dell’operatore teatrale, seppure non riconosciuta come professione, esiste, in molti casi sfumata, ed è diventata ormai una delle tante possibilità lavorative collegate a questo specifico settore. E’ colui che coraggiosamente insegna agli allievi a conoscere il proprio corpo, le proprie emozioni, a esprimere la gioia, il dolore, a liberarsi dalle maschere che gli altri impongono, dando spazio all’immaginazione, mettendo in atto (in scena) le pulsioni nascoste, i desideri, le paure, i sogni, le proprie parti sane e le parti malate (funzionali e disfunzionali), realizzando con gli altri quell’integrazione che è punto di partenza e obbiettivo al contempo del percorso che si è scelto di fare.
I risultati artistici cui si è arrivati sono di altissimo livello, tanto da influenzare le produzioni teatrali – per così dire – “normali”, le stagioni e i cartelloni dei più importanti teatri italiani ed esteri, che da tempo ospitano rappresentazioni realizzate anche con persone “differenti”.
La tradizione, una costruttiva ricerca del benessere e l’aspetto socio-riabilitativo hanno accompagnato dunque queste esperienze e le hanno fatte diventare punto di riferimento artistico e d’integrazione sociale.
Viterbo è a pieno titolo dentro tutto questo, con operatori e gruppi ormai consolidati che ogni anno investono tempo e lavoro per portare i loro percorsi di ricerca artistica e di studio di fronte al proprio pubblico. Aspettano solo la spinta e il giusto incoraggiamento del loro pubblico. Pertanto l’esortazione è quella di seguire i social, le associazioni che si occupano di socio-riabilitazione. Di seguire altresì attentamente le diverse programmazioni.
Gli spettacoli in questione offrono sempre qualcosa in più. Andiamo ad applaudirli.
Paolo Manganiello
