|
|
Gradoli – Ospizio lager, al via le udienze a ritmo serrato. Ieri la corte d’assise ha nominato un grafologo per verificare se sia falso o meno un certificato attribuito a uno dei medici imputati e sentito il professor Massimo Lancia dell’università di Perugia. E’ il medico legale incaricato dal pm Pacifici di affiancare la dottoressa Maria Rosaria Aromatario nella perizia super partes disposta dal tribunale per verificare il nesso tra la morte degli anziani e le presunte carenze della casa di riposo.
“Struttura inadeguata probabile concausa della morte degli anziani”, la conclusione. Ed è stato scontro tra accusa e difesa.
“Condivido quasi integralmente le conclusioni cui è giunta la collega”, ha detto il consulente, riferendosi alla presunta inadeguatezza della struttura per le patologie di cui soffrivano le vittime, in particolare tre anziani con frattura al femore, insufficienza renale ed edema polmonare.
Ma il professore non ha saputo dire se siano state la causa del decesso: “Siamo nell’ambito della probabilità, non della certezza, date le carenze della documentazione medica, la mancanza di autopsie e l’estrema sintesi delle schede di morte Istat su cui ci siamo basati”, ha proseguito.
“Se conosciamo le patologie di cui soffrivano, ovviamente deve esserci stato un medico che le ha diagnosticate in precedenza – ha detto Lancia, rispondendo al pressing dei difensori Samuele De Santis ed Enrico Valentini – ma proprio per questo gli anziani avrebbero dovuto essere ricoverati in ospedale e non stare nella casa di riposo”.
Per il pm Franco Pacifici, la “chiave” doveva essere il ricovero in ospedale e non l’allettamento, che per una persona anziana e fragile può essere causa o concausa di morte. Dopo un lungo tira e molla tra accusa e difesa, il perito ha detto: “Insufficienza renale, edema polmonare e fratture al femore possono essere concausa di morte”.
Non è invece passata inosservata la linea difensiva di Lucia Chiocchi, la dottoressa della Asl di Siena imputata di abbandono di incapaci aggravato dalla morte assieme al medico di base orvietano Ugo Gioiosi e ai gestori della casa di riposo “Il Fiordaliso” di Gradoli, Franco Brillo e i figli Maurizio e Federico.
Interrogata lo scorso 19 dicembre davanti alla corte d’assise, la geriatra e psichiatra della Asl 7 di Siena (Val di Chiana, Amiata e Val d’Orcia) aveva negato che fosse suo il “certificato cumulativo” col suo timbro e la sua firma, in cui sarebbero stati dichiarati autosufficienti pazienti che non lo erano. “Un certificato impossibile, dal contenuto stravagante, fuori da ogni procedura, semmai al singolo paziente dal medico curante”, aveva affermato la dottoressa toscana.
Ieri, tra le proteste del pubblico ministero Franco Pacifici, la nomina da parte della corte presieduta dal giudice Silvia Mattei, di un perito grafologo, il professor Alberto Bravo di Latina, perché stabilisca se quel certificato che ha inguaiato Lucia Chiocchi sia o no un falso.
Un compito non facile per il professor Bravo: “Gli accertamenti saranno soltanto di natura fisica e non chimica – ha spiegato – per non danneggiare il documento, usando strumentazioni adatte. Ci sono prove fisiche incrociate utili allo scopo, anche se la prova chimica sarebbe il top. Ma non si può utilizzare”. Sarà affiancato da un perito di parte nominato dalla difesa.
Entro il prossimo 16 maggio, quando sarà chiamato a illustrare in aula le conclusioni, l’esperto dovrà stabilire se la firma dell’imputata sia autografa o frutto di imitazione pedissequa; se il timbro apposto sul documento sia sovrapposto o sottoposto alla firma; se dall’attento esame del documento possano evincersi manipolazioni ovvero atti volti a creare commistioni tra documenti diversi; se emergano elementi che consentano di desumere che la parte certificativa sia stata apposta nello stesso momento o in momenti diversi rispetto alla sottoscrizione; se l’inchiostro con cui è stata apposta la sottoscrizione sia lo stesso usato per cancellare due nomi.
Si torna in aula il 12 aprile, quando saranno ascoltati i testimoni delle difese. Promette di essere un’udienza fiume,
Silvana Cortignani

